Suggestioni parigine.......

Appena rientrato da Parigi mi porto dentro tutti i ricordi, condensati in pochissimi giorni, di posti meravigliosi. Una città incantevole ed assolutamente ricca di stimoli. Si respira un senso di libertà a cui non sono proprio abituato dalla nascita. Anzi. Ogni volta che ho visitato una grande città, mi sono sempre soffermato un po’ a riflettere sull’idea di libertà che le persone che la abitavano avessero. Perché?, perché non è mai stata una cosa scontata, almeno per me. L’idea (e la pratica) di occupare spazi, di non suddividere la città tra spazi bui ed infrequentabili e zone franche, oasi nel deserto. Sviluppare una simbiosi con lo spazio circostante, avendo il grande potere di dare una propria forma, un senso proprio a ciò che si tocca, si abita. Ogni volta, in ogni città, questo aspetto mi ha sempre catturato. E’, forse, come quella bella sensazione di poter respirare a pieni polmoni che si prova quando si gira per la prima volta in un posto sconosciuto. Zaino in spalla, una moderata voglia di perdersi e lasciarsi prendere dalle meraviglie, dagli angoli nascosti che quel luogo nasconde allo sguardo affamato di turisti ed residenti. Insomma, ho avuto poco tempo a disposizione ma ho cercato di memorizzare ogni singola sensazione. Inspirarla e tenerla dentro. Ed è stato un esercizio affascinante. Mi porto, tuttavia, più di un rimpianto. Innanzi tutto, per non aver avuto tempo sufficiente. Per vedere cose, incontrare gente, vivere gli amici. Thilina, Lelio. Provo una certa ammirazione per avuto il coraggio di seguire le loro scelte. Da una parte c’è lo studio, il famigerato “pezzo di carta” che, sfortunatamente, non coincide quasi mai col raggiungimento delle proprie passioni. E’ in questo mare di incertezze strutturali, ammiro davvero il loro coraggio nell’abbandonarsi alle loro passioni, nel tentativo di razionalizzarle. Sviluppare un piano, inseguire un sogno lavorando tutti i giorni. Questi ragazzi passano ore nella scuola di teatro che hanno deciso di frequentare. Sudano, danno il meglio di loro. Cercano, con gran fatica e in condizioni di vita piuttosto precarie, di fare quel salto dalla passioncella amatoriale verso la professionalizzazione che fa della recitazione un’arte, una filosofia di vita. E Parigi, a dire la verità, si sposa naturalmente con questo modo di affrontare la vita. Mette a disposizione spazi, da significato e valore ai momenti artistici. Dona nuova linfa a chiunque voglia nutrirsi di arte. Nel fascino di quella città, ho ammirato molto di più e lucidamente il fascino della vita dei miei amici. Schiavi delle loro passioni ed affannosi corridori verso un’ideale di vita che in pochi hanno il coraggio di tradurre in realtà. Una stima senza invidie, autentica. Attraverso loro ho riflettuto sulle sofferenze della gavetta. Sulla difficoltà di emergere in un ambiente così variegato e competitivo, in un paese straniero, lontano da casa. I lavoretti, più o meno strambi, per racimolare qualche soldo per arrivare sani e salvi a fine mese. E li ho visti affrontare tutto ciò senza pretese eccessive, senza grandi ansie e tensioni verso una idea di vita perfetta, almeno per i più (compreso me…credo). Trasferirsi, insediarsi, crearsi un modo e nutrirsi di quello che è in grado di dare. Di quello che si è in grado di ottenere. Nulla di più facile, niente di più complesso. Vivendo nelle loro vite, respirando gli umori di quell’ambiente è come se mi fossi arrestato per un istante. Tirandomi fuori dal traffico assordante della quotidianità. Ho avuto paura ma, in fin dei conti, lo rifarei. Proprio con loro. E, tra l’altro, non è da sottovalutare la bellezza cinica dell’assentarsi momentaneamente dalla propria vita per riprendere le fila di quelle degli altri. Ci si sente come osservatori esterni, liberi e disincantati. Si osserva liberi di giudicare senza essere modificati dal giudizio degli altri. Fai un po’ la fine del parassita. Guardi senza essere guardati. Ti stacchi, per poco, dal contatto diretto con quel margine di fallimento che la “tua” vita t’impone quasi come una condizione necessaria. E, in tutto questo, non va assolutamente ridimensionato il valore del viaggiare da soli. A volte, fa estremamente bene. Specie a chi piace vivere l’esperienza del cambiamento che ogni viaggio presuppone con quel piacevole senso di (auto)abbandono, ancora razionale, ai margini del propria soglia di normale consapevolezza. A me è sempre piaciuto. Anzi, è l’ingrediente che ha reso ogni viaggio (quei pochi, quanto meno) simile nel livello d’intensità delle emozioni, ma, allo stesso tempo, estremamente vivace e variegato nelle emozioni che ha sprigionato dal contatto/attrito con l’esterno. Non so bene cosa ho scritto (mi succede quasi sempre!), ma, le varie idee che avevo in testa le ho riversate, più o meno tutte, qui dentro. Non me ne vogliano gli estimatori del pensiero lineare. So che, a loro specialmente, faccio un gran torto. Soprattutto col mio modo di scrivere!.

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