"Dialettica dell'Illuminismo": intuizioni sparse....

Ieri mattina ho iniziato a leggere un libro che mi è stato assegnato tra i “compiti” del dottorato. Il testo si chiama “Dialettica dell’illuminismo” ed è stato scritto dai due principali esponenti della cosiddetta scuola di Francoforte: Adorno e Horkheimer. In tempi non sospetti, questi ed alcuni altri autori (di origine tedesca) hanno avviato una lunga riflessione attorno alla società. Riflessione legata, in modo particolare, ad una rilettura in chiave moderna della teoria economica e dell’approccio allo studio della storia di Marx. Una rilettura che, nei fatti così come in questo testo, si dimostra subito essere il punto di partenza di una sorta di (neo)pessimismo cosmico applicato all’uomo e alla storia della società. Non sempre giustificabile anche se, in parte, comprensibile (almeno per me!). E nella lettura delle pagine iniziali ho scoperto l’origine della decaduta dell’uomo. Una crisi di umanità di cui avevo sempre incolpato la modernità, come ci insegnano dal liceo. Stato moderno, società civile, rivoluzioni industriali, partiti di massa, cultura di massa, esperienze totalitarie ecc…Invece, il tempo in cui l’essere umano ha iniziato a darsi delle strutture attraverso cui osservare sé stesso e la realtà che lo circonda è molto, molto più lontano. Il testo ritrova questo punto nel tempo dell’affermazione del positivismo tipicamente di stampo illuministico. Nella fede nella scienza, nella capacità dell’individuo di dominare ogni forma di alterità col ragionamento, col pensiero razionale. Le forme, certo, sono nuove, complesse e raffinate. Ma niente di particolarmente diverso è avvenuto ben prima, con l’invenzione del linguaggio attraverso cui l’uomo non ha fatto nient’altro che applicare alla realtà un rassicurante reticolo di segni, simboli, significanti e significati con cui credevamo di afferrare la Realtà, di com-prenderla. Ma, proprio in quel momento, non facevamo altro che distruggerla, allontanarla per sempre dal nostro sguardo. Per forza e per coazione allo studio monotematico sono sempre stato affascinato dalla teoria sistemica di Luhmann che riesce a costruire un quadro abbastanza perfetto riguardo il funzionamento di società e individui. Invece, riguardandolo oggi, vengo nello strutturalismo di cui era portatore l’ennesimo culmine di un “pensare positivista” che da allora, non ha mai smesso di abbandonarci. Ad ogni pagina letta, pensavo, “ma quanto è vero che l’uomo, attraverso la costruzione di sovra-strutture arbitrarie come la politica e le leggi di mercato, ha perso definitivamente la grande chance evolutiva di concepirsi e di viversi in modo libero ed autenticamente democratico?”….Di cosa ci parla, oggi come ieri, una scuola, una università ed una chiesa che si reggono sulla costruzione di realtà che si vuole far passare come naturali?...La stessa concezione di cultura applicata a concetti come “il buon gusto artistico” ed il “cattivo gusto estetico” non sono nient’altro che categorie attraverso cui si è cercato di legittimare il dominio sociale da parte di collettivi (la borghesia prima, le gradi multinazionali al tempo della Globalizzazione dei mercati, la cyberborghesia al tempo della Rete globale) senza arte ne parte ne, tanto meno, investiture dall’alto o dal basso. Il domino, la volontà di potenza, ci hanno condotti ad essere narcotizzati ed assuefatti ad un modo di vivere che, propugnando il bene globale e tutta una sfilza di diritti e spazi di libertà, ha ingabbiato l’individuo slegandolo dalla sua stessa natura, affibbiandogli una seconda pelle assolutamente credibile, ingannatrice. I giusnaturalisti (Comte, Hobbes, Lock) legittimavano il passaggio dell’uomo dallo stato di natura allo stato civile come un momento di crescita evolutiva, di cessazione delle barbarie che avrebbero condotto l’essere umano all’autodistruzione. Ma, rivedendo meglio queste righe “illuminanti”, mi accorgo le più grandi ed irreparabili barbarie l’uomo le ha condotte, non solo su se stesso, ma proprio a partire dal momento in cui si credeva evoluto. Barbarie raffinate, che nascono ed agiscono sul pensiero attraverso il linguaggio prima, la storia poi. Una storia segnata dalla graduale scomparsa di ogni possibile altrimenti. Da lotte per la sopravvivenza combattute nel campo dell’economia (le forme dell’alienazione di Marx sono esemplari), della politica, delle istituzioni di una democrazia linguistica, concettuale ma ammantata di realtà, di naturalezza. Anche il “Cogito ergo sum” cartesiano si trasforma, secondo questa prospettiva, nella maledizione dell’uomo, nell’inizio della sua fine più tragica, anzi, drammatica. Ad ogni modo, bisogna stare attenti. Abbracciare in toto i toni apocalittici di questa scuola “critica” sarebbe da sciocchi (tra l’altro, i limiti di tali teorizzazioni sono stati denunciati dagli stessi esponenti della scuola di Francoforte!). Pulirla dagli accenti distruttivi, però, permette di scorgervi molti elementi assolutamente moderni, attuali. Poiché capaci, forse, di imporsi come degli universali che accompagnano l’uomo sin dal momento in cui, per scacciare definitivamente l’angoscia della fine e il timore dell’altro, ha deciso di escogitare degli stratagemmi (verbali, comportamentali ed astratti, metafisici) che non lo hanno solo allontanato dal mondo, ma, prima di tutto, lo hanno inesorabilmente distaccato da Sé stesso, dalla sua origine naturalmente umana. Ed il prodotto di questo distacco indolore siamo anche noi. Ed è in noi, dunque, che vive e si riproduce quotidianamente questa “Dialettica dell’illuminismo”. Il più grande inganno totalitario di tutti i tempi!!.

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