L'informazione diventa digitale, personalizzata, partecipata e mobile. Il rapporto del "Pew Internet" c'illumina sui trend americani..

Buona parte del popolo americano in Rete è letteralmente a caccia d'informazioni, notizie, aggiornamenti dell’ultima ora. E lo fa utilizzando sempre più spesso le principali piattaforme d’interazione coordinata tra utenti, meglio noti come social networking sites. L’informazione on-line risulta essere la seconda fonte d’informazione in assoluto, dopo la televisione (nazionale e locale). Internet batte, dunque, il quotidiano stampato su carta e la crisi dell’editoria tradizionale, avviatasi già all’inizio del 2009 a seguito dell’annuncio di tagli consistenti al personale e di una colossale opera di ristrutturazione aziendale operata dal “Washington Post”, sembra divenuta quasi una realtà oggettiva. Altro dato estremamente interessante è quello che lega il numero degli utenti di contenuti informativi possessori di dispositivi mobili di ultima generazione come iPhone, Blackbarry e PDA capaci di implementare servizi di abbonamento e/o di semplice fruizione di notizie ed aggiornamenti. Un mercato informativa che, sempre più legato alla produzione di contenuti per telefonino, sembra stia sviluppando anche nel nostro paese un’importante modello di business che, solo nel corso dell’anno precedete, ha realizzato un volume d’affari di circa 30 milioni di euro. D’altra parte, c’è ed è assolutamente evidente una ottima risposta da parte del pubblico degli utenti. Molti, moltissimi sono coloro che scelgono di informarsi quotidianamente stipulando abbonamenti con versioni on-line di quotidiani cartacei fruibili anche attraverso il telefonino. In generale, sembra evidente la tendenza al multi-sourcing per quanto riguarda la fruizione giornaliera di notizie. Una fascia consistente degli intervistati in proposito, ammette di utilizzare dalle 4 alle 6 fonti per entrare in contatto con le principali notizie del giorno (dai social network come Facebook e Twitter, ai blog di giornalisti famosi ed opinion leader digitali, alla versione on line di giornali cartacei, al telefonino con hub dedicati alla lettura delle notizie). Ciò potrebbe essere interpretata, in qualche modo, come la spia di un maggior grado di libertà dell’utente di customizzare la propria agenda giornaliera. Il punto è: quanti di coloro che sfruttano molteplici fonti lo fanno con una propensione alla comparazione critica e quanti, al contrario, lo fanno solo perché sono in possesso di equipaggiamento tecnologico piuttosto strutturato?. La risposta, forse, la si ritrova da un’altra parte, in un passaggio piuttosto cruciale del rapporto: quello relativo alle motivazioni che spingono gli utenti a soddisfare il loro quotidiano bisogno informativo. Al tempo dello strapotere di tv e giornali cartacei ci si sarebbe aspettati che, in cima alle risposte, gli utenti avessero fornito ragioni “nobili” e virtuose quali la necessità di tenersi aggiornati sui principali fatti politici ed istituzionali o, magari, un innato senso di responsabilità verso sè stessi ed il proprio statuto di cittadino appartenente ad una società civile ( il “cittadino ben informato”). Certo i tempi erano diversi, ed il modello di interazione innescato dai media di massa era certamente di altra natura rispetto ad oggi. O forse era la qualità dell’informazione come prodotto giornalistico ad essere maggiormente capace di produrre conoscenza vera, animando dialettiche strutturali, sensate, attorno alle ormai romantiche “istituzioni democratiche” di una volta (concetti che, ad oggi, appaiono radicalmente mutati se non addirittura scomparsi). Certamente lo sfondo è quello di una debacle della società moderna nei suoi assi portanti, la crisi di un concetto di cittadinanza che, anche attraverso l’informazione, sembrava potersi oggettivare all’interno di quel modello di società di cui, oggi, non resta nemmeno l’ombra. Prima di andare troppo lontano, ritorniamo alla soluzione del precedente quesito. Perché, dunque, gli utenti di prodotti informativi, sono diventati veri e propri cacciatori di informazione?, perché è così importante, per chi s’informa, farlo con assiduità?. La risposta è per partecipare alla relazione. Ciò, in sostanza, significa che un numero sempre più ampio di persone tralascia tendenzialmente l’importanza dell’aspetto di contenuto legato alla fruizione di un messaggio informativo e ne esalta, ne considera essenziale l’aspetto di relazione. Ovvero, quanto quel messaggio sia capace di animare discussioni, sia on line che off line. Ma restiamo dentro la rete. Pensiamo all’uso dei social network ed a quanto essi abbiamo modificato il nostro modo di rappresentarci il modo, gli altri, le relazioni. La stessa ratio di un social network come Facebook è quella di animare contatti, sviluppare comportamenti comunicativi improntati alla costruzione di relazioni molteplici, più o meno durature, ma comunque sempre in grado di rendere tutti gli utenti partecipi (a livelli d’intensità d’uso differenti) di una rete personalizzata di relazioni ai cui nodi possiamo ritrovare fan page, soggetti pubblici, cause, parenti, amici, potenziali fidanzate e amanti. Un coacervo di soggettività che parlano, si confrontano con grandissima frequenza e su tutto. Nel rispetto di questa logica, improntata alla (ri)attivazione continua dei canali comunicativi, l’uso e la fruizione di informazione diventa sempre più spesso strumentale alla discussione, all’osservanza di questa logica strutturale dei social media. Escludendo l’esperienza in via di sviluppo del giornalismo dal basso, in cui si mantiene comunque un interesse verso il contenuto individuato come prodotto della commistione di contributi di soggettività diverse (quindi, ancora una volta, abbiamo a che fare con un “prodotto relazionale”), l’interesse principale degli utenti resta il mantenimento delle interazioni, la possibilità di trovare nell’informazione “qualcosa di cui poter discutere con gli altri”. Ciò, d’altra parte, mi porta a pensare anche al fatto che l’informazione stia assumendo un fondamentale valore discriminante perché mentre chi si informa ed arriva per primo sul pezzo è automaticamente in grado di stare dentro le interazioni di un gruppo; chi, al contrario, non è sufficientemente informato rischia di essere tagliato fuori da quello stesso gruppo, di esserne emarginato. E con conseguenze tanto più grandi e gravi quanto più quell’individuo ha affidato alla rete quote crescenti della propria esistenza, relazionale e non. Ancora da un altro punto di vista mi piacerebbe approfondire quella che sembra, almeno in superficie, una contraddizione, forse l’ultima in ordine di tempo, tra l’immagine di una rete concettualmente democratica ed aperta al confronto ed alla dialettica e questa dimensione comunitaria della fruizione di notizie che, al contrario, sembrerebbe riprodurre un livello di omologazione (quanto meno, interno ai singoli gruppi di discussione) e di tematizzazione delle informazioni che, a prima vista, potrebbe non solo ridimensionare fortemente il carattere aperto e libero della Rete (e, di conseguenza, dell’informazione fruita o discussa in rete), ma, favorire la riproduzione di vecchie logiche di classe (o, se si vuole, di differenziazione in cluster omogenei al loro interno per sesso, età, etnia, livello di reddito e scolarizzazione) nella gestione e/o nella tematizzazione (di cosa parlo ed in che termini) delle notizie.
Cyber middle-class or not cyber middle-class?. This is the question……

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