Quest'indagine dell'ISTAT mi ha riportato indietro con la memoria. A quando avevo ancora fede....

Leggere questo rapporto dell’ISTAT (di cui sotto), interrogativi a parte, mi ha letteralmente riportato ai tempi del liceo. Gli ultimi in cui ho creduto davvero in tante cose. Quando si pensava nella possibilità di cambiare le cose con lo strumento della protesta, la contestazione dell’autorità e si pendeva come pesci all’amo di vecchiardi barbuti ed intellettualoidi che ti intortavano con i loro discorsi tra il filosofico e il politico ma che, alla fine, risultavano sempre convincenti, accattivanti in qualche modo misteriosamente efficace. Ricordo i collettivi, le autogestioni. I conflitti e le tensioni tra il partito dell’autogestione degli spazi come forma di protesta democratica e quelli favorevoli all’occupazione perché radicali, rivoluzionari puri. Non parliamo, poi, della “puttanizzazione” (passatemi il termine!) di Marx sbandierato da quelli di sinistra in possesso di una preparazione filosofica fresca di ginnasio e quelli di destra che odiavano qualsiasi cosa si colorasse di rosso. I cineforum con dibattito in coda. I tazebao, i fogli, i manifestini di protesta. “Per tutti coloro che volessero prendere parte al corteo riunione in P.zza Mancini, adiacente piazza Garibaldi, con partenza alle ore 9,00”. La polizia che ci scortava come se fossimo davvero pericolosi. I rappresentanti che si schieravano in prima fila con tanto di megafono, cori e striscioni anti-Moratti, contro la guerra in Palestina, contro la disoccupazione, contro la guerra in Iraq, contro l’invasione dell’Afghanistan, contro Berlusconi. Contro (quasi) tutto! Ricordo, sopra ogni cosa, le discussioni estenuanti su questioni di principio all’interno dei meravigliosi collettivi del sabato pomeriggio. Come si può declinare il diritto allo studio ?, legge Moratti si o no? Le passerelle, chi le conosce bene?.....Ricordo l’emozione durante il discorso per le elezioni dei rappresentanti d’istituto. Ricordo bene le promesse, l’enfasi, la tremarella, gli sguardi degli altri che leggevano perfettamente tutto il mio imbarazzo. C’era tutto il liceo quel giorno. Poco più di ottocento studenti…Credo che fui eletto con poco più di trecento voti. In fin dei conti ne avevo fatte davvero tante di promesse. Troppe per essere esaudite tutte!...e infatti….Ricordo l’assemblea di metà dicembre che avrebbe deciso tra l’occupazione (chi non ha vissuto almeno un autunno caldo a quei tempi?) e la ripresa delle attività didattiche. Ricordo perfettamente le minacce, il supporto dei miei compagni di classe. Il discorso lungo, tortuoso che avrebbe dovuto convincere quei ragazzini che la ripresa delle lezioni fosse la cosa più giusta, che nulla si poteva fare a quel punto per limitare i danni di una riforma che era diventata giù legge. Niente. Come in ogni agone politico che si rispetti, la componente emotiva, cavalcata senza ritegno e a muso duro dai pro-occupazione, ebbe nettamente il sopravvento. Ricordo, al termine dell’assemblea, che fummo letteralmente cacciati fuori dall’edificio come i peggiori appestati. C’è sicuramente qualcosa di ingenuo in tutto questo. Ci sono discussioni rivelatesi pure perdite di tempo, sollazzi per oratori improvvisati e brufolosi. Ma, a quei tempi (ai miei tempi posso dire oggi), c’era voglia di confrontarsi, di fermarsi a discutere. A litigare, se necessario. E si studiava a casa prima di fronteggiare qualcuno in collettivo. Ci si informava, si andava a vedere le leggi, i decreti, gli emendamenti. Si cercava, da soli ed assieme ad altri, di costruire una coscienza e, attraverso di essa, una personalità. La nostra prima identità più o meno complessa. Era un processo bello, tortuoso, lungo e gerarchico. Entravi da pivello senza idee e, dopo anni passati ad ascoltare collettivi e prendere parte a manifestazioni, ne uscivi più maturo e, forse, più consapevole di ciò che si aveva attorno. Non voglio esprimere giudizi di merito. Si poteva essere a favore o contrari. Si poteva aver speso quegli anni in un dissenso permanente verso tutto questo, ma, quanto meno, anche quello era un modo di esternare un pensiero frutto di riflessioni più o meno complesse. C’erano tanti stimoli, e molti altri se ne cercavano. Io avevo fame di conoscere. Mio padre mi ha sempre detto che per uscire vincitori da uno scontro dialettico bisogna fare di tutto per saperne più dell’altro. Solo la conoscenza può permetterti di sconfiggere il tuo avversario. Col tempo ho capito che non c’è sempre una dialettica da combattere e non sempre si sa più del proprio interlocutore. Ma la ratio di quella lezione la ritengo ancora un insegnamento più che vivo ed assolutamente sensato. Ora mi domando: ma oggi quanti ragazzi vivono quel tempo con la stessa intensità ?, quanti di loro pensano ancora che confrontarsi e dialogare siano le vie migliori per crescere ?, quanti credono che la politica sia una roba solo noiosa e lontana da loro? Forse, proprio nella risposta a queste domande, un po’ critiche ed un po’ romantiche, c’è tutto il senso di quel dato allarmante che ci dice che i giovani fino ai 24 anni si disinteressano quasi totalmente di politica, così, come d’ogni forma di partecipazione politica attiva e/o passiva.
(Il dato cui faccio riferimento è riportato nel post precedente).

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Di "politica" intesa come gioco viscido di potere che riguarda piccoli omini e donnine affamati di poltrone vellutate di rosso me ne sono sempre fregata. E se per politica si intende il gioco di potere becero a cui assistiamo oggigiorno, farcito di fin troppi scandali del peggiore gossip da repubblica delle banane, bhè, vorrei far parte di quella percentuale cui si riferisce il dato ISTAT che citi, ma depasso di qualche anno l'età media dell'unità d'analisi della statistica...Se per politica s'intende, invece, senso della comunità, del vivere civile, arte del trovare soluzioni giuste, il compromesso positivo perchè ci si possa esprimere come esseri umani degni di questo nome in un mondo che va sempre più a rotoli; se per politica s'intende resistere all'arrotolamento generale, bhè ripongo la mia fiducia di giovane cittadina emigrata in Africa in persone come te. Teste pensanti. Sempre più rare, ma pensanti nonostante tutto. E non è poco.
A proposito concordo con te quando ti riferisci alla conoscenza come base del pensiero. E non soltanto perchè è il segreto della "vittoria" su un ring dialettico, ma soprattutto perchè il sapere è forma di emancipazione ed autodeterminazione individuale e collettiva. Forse i giovani oggi si disinteressano alla politica perchè la malintendono. Credono che sia davvero soltanto quellalì degli incravattati che si fanno massaggiare in cambi di appalti. Se si riuscisse a recapitare loro il messaggio che politica va da cosa mangi, a come parli, a con chi ti relazioni a come ti posizioni nel mondo, a che idee hai e condividi..bhè forse allora di lotte dialettiche se ne aprirebbero all'infinito e un termine che appare ambiguo e lontano, si riempirebbe di senso. Fatema Mernissi, scrittrice marocchina femminista, è un'esperta dell'arte della dialettica e soprattutto dell'intelligenza emotiva come strumento di conoscenza. E' l apionera della rilettura egualitaria del Corano che a partire del Marocco fino all'Iran cerca di dare una forma nuova, più rispettosa dei diritti umani ( e delle donne) all'Islam. La Mernissi parla di ADAB come dell'arte dell'aggiungere la mente dell'altro alla tua. Acquisire conoscenza dagli altri e con gli altri è un processo che richiede apertura mentale, disponibilità all'incontro e alla decostruzione degli stereotipi che mediaticamente assumiamo a colazione-pranzo-e-cena. Se la politica dei partiti riuscisse a partire dall'ascolto, a prendere in considerazione la realtà come insieme di umanità e non solo di interessi in gioco, se riuscisse a comprendere gli uomini e le donne anzichè le lobbies, forse qualcosa cambierebbe. Allo stesso modo le persone che hanno perso fiducia in chi governa potrebbero rivendicare più spazi di parola ed espressione del sè. Senza timori e falso fatalismo. Io credo in questo processo, anche se per ora promuovo l'osservazione della società più che l'azione diretta. Insomma, se gli omini e le donnine incravattati in carriera continuano a credere nel modello "homo hominis lupu" bhè, forse è un bene che i giovani pensino ad altro. Se invece riusciamo a modificare il senso della parola stessa di "politica", che sia più prossimo al senso di comunità, di gestione di essa e di formazione, condivisione e rispetto di valori comuni, forse qualche speranza c'è.

Anonimo ha detto...

ho dimenticato di dire che sono sara.
MAIL: tasara@hotmail.it