Internet e democrazia: vox dei, vox populi.....
Alla luce del dibattito più recente (non solo accademico) relativo al complesso rapporto tra internet e democrazia, sento l’esigenza di mettere nero su bianco alcune personali riflessioni che, credo, possano contribuire a definire i contorni, ad oggi ancora troppo sfumati, di un tema sociale così attuale e delicato.
Innanzitutto, è evidente che la relazione internet/democrazia venga descritta in modo diverso a seconda della prospettiva da cui viene osservata. Ciò può rappresentare, allo stesso tempo, un bene e un male. Un bene perché in questo modo è possibile arricchire con numerose riflessioni differenti (magari anche complementari tra loro) un dibattito tutt’altro che chiuso. Dall’altra, ciò può costituire un male:
1) nel momento in cui discutere della relazione tra internet e democrazia diviene un modo per dare tocco di (post)modernità all’operato della propria amministrazione (giunta, consiglio, organo di governo) più o meno liberal o, peggio, quando tale discussione diventa immediatamente una rassegna degli errori, delle gaffe, delle esperienze più o meno personali ma dai risvolti tragicomici della serie “sapete quanti contatti abbiamo avuto nella pagina semi-ufficiale del sindaco tal dei tali…??? (suspance nel pubblico tirata fino all’estremo)”, oppure, “abbiamo capito la reale importanza della Rete quando il consulente x ci ha illuminati sulle capacità miracolose del web 2.0..”;
2) quando non si ignora deliberatamente l’esistenza di una produzione/riflessione accademica su quei temi. Riflessione che, essendo apolitica per definizione (a volte solo per definizione!). ovvero, scevra dall’obbligo di soddisfare il committente di turno, potrebbe aiutarci ad analizzare con maggiore trasparenza e profondità i contorni dell’oggetto d’analisi.
Per chiarire le idee sul tema, a me stesso prima che a chiunque altro, credo sia necessario gettare le basi della discussione, prima di tutto, attorno all’oggettivazione di tre distinti ambiti di riflessione che non pretendono di esaurire la discussione e nemmeno di essere pienamente dotati di senso (sottolineare la perfettibilità del ragionamento non serve solo ad avere un minimo di difese immunitarie, ma, costituisce un obbligo in questo momento storico).
Dunque, quando si parla del rapporto tra internet e democrazia, un primo livello di confusione sopraggiunge nel momento in cui si tendono a mescolare elementi provenienti da ambiti di discussione che si farebbe meglio a considerare separati, ovvero:
1) La Politica della Rete, ovvero, tutto ciò che riguarda:
- le opzioni strategiche legate ai processi di gestione dell’hardware e del software da parte di governi, gruppi di pressione (di natura politica) e/o attori politici nazionali/internazionali;
- la realizzazione di nuove alleanze tra governi, tra governi e comunità locali, tra (aggregati di) lobby e (aggregati di) governi, tra start-up tecnologiche e governi a partire dalla sottoscrizione di accordi per l’adozione di linee di condotta condivise in merito alla gestione di Internet inteso come (combinazione di) spazio, relazioni e contenuti;
2) La Politica in Rete che, da una parte, coincide (o, per lo meno, dovrebbe) con un atteggiamento (mentale, non formale!) di apertura verso la necessità/sfida di attribuire nuovo senso all’espressione “partecipazione politica” senza cadere nella trappola tesa dalla semantica pre-digitale e, dall’altra, con l’identificazione delle piattaforme on line in cui essa si materializza come di semplici “ambienti abilitanti”. Espressione quest’ultima che manifesta la volontà di privilegiare l’osservazione della relazione nuda e cruda tra proprietà tecniche e scenari possibili piuttosto che l’adozione di un determinismo tecnologico che fa bene ad amministratori pubblici e giornalisti aristofreak, ma, non certo alla riflessione scientifica.
3) “Politica con la Rete”, ovvero, l’incarnazione di una prospettiva strumentale all’uso delle nuove tecnologie intese come casse di risonanza di contenuti elaborati, il più delle volte, in occasione di scadenze elettorali e/o a fini auto-promozionali. Sempre secondo un gergo ed una semantica politica di tipo pre-digitale. Tale espressione, nella pratica rappresentata dalle esperienze politiche nostrane, oggettiva una fase intermedia nell’uso delle tecnologie di rete. Fase dalla quale molti (politici, soggetti dell’informazione, accadamici) credono di essersi più o meno definitivamente smarcati anche se, di fatto, non è così. Qui torna a bomba il discorso/problema sui punti di osservazione. Ciò che per un politico può rappresentare una best practice per il semplice cittadino è solo un modo per contenere il potenziale rivoluzionario di una cittadinanza stanca e/o di un popolo largamente disaffezionato alla politica. Il problema qui non è tanto la presenza di punti d’osservazione differenziati quanto il fatto che una certa dirigenza politica ed economica (antropocentrica e filo-occidentale) cerca con grande dispendio di energie di imporre la propria visione relativa a ciò che è o non è partecipazione politica intesa come “politica in Rete” e ciò che è (o non è) espressione di un modo nuovo di intendere (e di praticare) la democrazia rappresentativa ai tempi di internet.
Tornando al punto di partenza, penso che un secondo livello di confusione relativo al rapporto tra internet e politica avvenga tra due termini che continuano ad essere intesi come logicamente consequenziali e che, più in generale, rallentano il cammino dell’analisi scientifica verso la definizione di che cos’è e che forme assume la partecipazione politica in Rete. I termini oggetto d’accusa (e dell’ennesima mistificazione) sono organizzazione e partecipazione. Ciò perché spesso vengono tirati in ballo grandi e piccoli esempi di organizzazione on line di stampo politico come se fossero l’inconfutabile prova dell’affermazione di un nuovo modo di intendere la partecipazione politica. Più che altro, però, questi mi sembrano essere esempi di come la politica (la più scaltra, non la più moderna!) piega gli strumenti tecnologici in vista del raggiungimento dei propri scopi (definiti fuori della Rete, processati in Rete, osservati e misurati di nuovo fuori dalla Rete).
Inoltre, l’organizzazione on line di attori collettivi (anche di stampo politico) manca quantomeno di due elementi tipici della partecipazione politica: 1)la costruzione di un percorso, 2) la presenza di un individualismo orientato alla cooperazione e, soprattutto, alla pro-azione con livelli variabili di creatività.
Può rappresentare un nodo contraddittorio il fatto che abbia in mente una definizione di partecipazione politica mutuata dalla letteratura esistente quando cero di definire ciò che si sta dispiegando sotto i nostri occhi. E, per questo, sono sicuro di non dire nulla di esauriente o di nuovo né, tanto meno, di definitivo (ci mancherebbe!). Mi sto solo sforzando di inquadrare ciò che osservo secondo l’unico metodo compatibile con le mie (personali) definizioni di etica e di morale: un realismo critico che non si lasci incantare dalle sirene dell’idealismo o del pragmatismo.
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La caduta del nano e la fine di un sog(n)no....
Onestamente faccio fatica a comprendere la ratio di alcuni atteggiamenti che si sono materializzati nel paese all’alba delle dimissioni (indotte o meno) che hanno segnato la fine dell’ennesima parabola di Berlusconi. Partiamo dalle immagini di gioia per le strade di Roma. Posso sentirmi vicino solo a quanti abbiano voluto esprimere con quel gesto un momento breve e vissuto con un velo di tristezza, ma, anche di gioia per la caduta di un governo che fino ad oggi, facendo da tappo, ha impedito di iniziare a sviluppare soluzioni concrete per uscire dalla crisi e ridare una credibilità internazionale al nostro paese. Ai lanciatori di monetine della prima ora dico che non hanno capito veramente niente degli eventi che si sono succeduti negli ultimi giorni. La crisi e il passaggio nelle retrovie di questo governo non sono il risultato di una battuta d’arresto consumatasi all’interno del nostro paese. Di fatto, questa non è stata una crisi di consenso o di credibilità interna nei confronti di Berlusconi. Niente elezioni anticipate, niente cambiamento di rotta voluto dagli italiani ed espresso mediante il voto. Il modo che ha determinato la fine di questo governo rende B. quasi una vittima nelle mani del carnefice rappresentato dall’Unione Europea e da quella famiglia plutocratica di banchieri ed uomini d’affari prestati alla politica. E, ancora una volta, la cosa sembra avere dei risvolti positivi a favore di quell’uomo che, più o meno ininterrottamente, ha dominato la scena politica italiana per circa 17 anni. Si, perché ora egli avrà la possibilità di mostrarsi all’opinione pubblica come colui che ha fatto di tutto per sfuggire alle grinfie dei cattivoni della Banca Centrale Europea o del Fondo Monetario Internazionale. Come il salvatore della patria che, alla fine e dopo numerosi tentativi, si è visto costretto a cedere le redini di un paese per garantirne la salvezza. Un capre espiatorio degno di un racconto biblico. Il capre che, fino al discorso lanciato ieri sera a reti unificate, si è giocato a spron battuto due formidabili carte: da una parte, quella dell’anti-europeismo sfrenato e ortodosso per cui tutto il male viene dall’esterno e noi, con le nostre forze ed un debito pubblico a rischio, che abbiamo potuto solo tentare di resistere a pressioni, ingiurie, calunnie e sberleffi. Dall’altra, la linea ascrivibile al paradigma del “lascia o raddoppia” per cui se tutti credevamo che B. approfittasse della “congiura/congiuntura internazionale” per uscire di scena, egli ci stupisce ancora una volta annunciando un intensificazione degli sforzi politici per ridare lustro e autorevolezza al paese e ai suoi conti pubblici.
La successione così rapida degli eventi ha contribuito ad alimentare argomentazioni deboli e, in alcuni casi, facilmente falsificabili. Così come reazioni emotive e prese di posizione incomprensibili (tra cui inserisco, ad esempio, quella del PD in favore di un governo tecnico piuttosto che per le elezioni anticipate). In questo marasma, credo che il quadro più autentico della situazione emerga dall’analisi delle parole pronunciate da B. nel suo video-discorso. Che è, allo stesso tempo, un tuffo nostalgico nel passato ed una nuova dichiarazione di guerra. Verso i nemici interni ed esterni al partito così come alla nazione. Inoltr, non va trascurato il fatto che il governo Monti non è il frutto di consultazioni inter-istituzionali consumatesi dopo lo scioglimento del precedente governo, ma è, piuttosto, un gruppo di accademici semi-sconosciuti e tenuti al guinzaglio sia dall’Unione Europea che da B. A questo punto, dunque, si capisce come ci sia veramente poco da festeggiare in questo momento. Nessuno è morto, sparito o è stato dichiarato sconfitto da un verdetto politico incontrovertibile. Sugli eventi che si sono succeduti, B. può ancora sviluppare una sua visione delle cose. E, mentre il governo tecnocratico fa le cose, lui potrebbe cercare di imporre quella visione al suo pubblico e ai suoi alleati. Una visione che, alla fine, potrebbe permettergli di recuperare credito, credibilità e sostegni giusto in tempo per la prossima tornata elettorale. Il messaggio lanciato durante il convegno de LaDestra di Storace è emblematico da questo punto di vista. Dunque, non è finito proprio un bel niente. Anzi, pare che anche l’opposizione abbia come paura di un vuoto dopo la fine del berlusconismo. E, così, invece di assumersi la responsabilità di riportare il diritto di parola nelle mani e nelle matite degli italiani, essa si è fatta carico dell’ennesima manovra di “sostegno responsabile” ad un governo, ad una parte politica che, ascoltando la propria base sociale di riferimento, avrebbe dovuto osteggiare con tutte le sue forze. E, come scritto prima, ci si protegge dietro l’alibi vergognoso e insensato dell’atto di responsabilità per il bene del paese. Quando, in tempi normali, di questo paese non fotte niente a nessuno. E la riprova di ciò sta nel fatto che abbiamo dovuto aspettare la costituzione di un fronte internazionale accanito contro di noi ed il nostro governo per capire che andavano fatte delle riforme economico-finanziarie coraggiose e che la loro realizzazione implicava un cambio di rotta anche all’interno delle istituzioni di governo. Ciò, d’altra parte, non può non farmi pensare al fatto che non siamo stati capaci di contrastare questo governo dall’interno. Con una rivoluzione interna alla società civile, ai partiti d’opposizione. Ancora una volta, come la storia patria c’insegna, siamo stati liberati da un agente esterno, da una coincidenza di eventi che sono andati al di sopra e al di là di noi. E che, alla fine, ci hanno schiacciato, ci hanno sopraffatto. Niente alternanza di governo, niente bipolarismo perfetto (mi sarebbe andato bene anche lievemente imperfetto), niente voto, niente democrazia rappresentativa. Siamo stati costretti al cambiamento da una serie di atti di forza perpetrati dall’esterno e dall’alto. Tuttavia si sa che, come la storia dei popoli insegna, una forza in grado d’innescare un cambiamento non può essere rappresentata da chi si trova al governo e manovra un popolo. L’estabilishment non può chiedere novità o mutamenti radicali perché questi presuppongono la realizzazione di una rivoluzione sociale fondata sulla volontà (necessità) di spazzar via quello stesso assetto di potere. Qui sembra ci si stiano ridefinendo gli assetti, i rapporti di forza. Ma si tratta di un cambiamento interno alla solita famigliola di potentati in cui spiccano Finanza, Mercati, Istituzioni e Banche (non dico politica perché in essa vi rientrano anche partiti, membri ed elettori che in questo caso, com’è evidente, sono tagliati fuori dal processo).
Questa ibridazione di campi (politica ed economia, andamento dei mercati e credibilità dei governi) dunque, ha mostrato e sta portando alla luce tutto il suo potenziale cancerogeno per la politica e il governo delle democrazie Occidentali. Potenziale di cui ancora non prendiamo atto perché siamo troppo impegnati a capire quale sarà la squadra di governo del professor Monti (uomo di finanza, cervello fuggito all’estero e, dunque, apprezzato dal consesso dei leader europei).
Ad ogni modo, indipendentemente da ciò, io credo che oggi si stia consumando una sconfitta profonda e multipla:
•del governo nazionale (per dichiarata incapacità di affrontare la crisi se non aumentando le tasse e limitando la spesa anche per manovre di riforma);
•del presidente del consiglio a causa di una perdita di credibilità che gli ha impedito di rassicurare i mercati e i politici del resto del mondo;
•delle opposizioni al governo perché assolutamente incapaci di reagire ad un momento di crisi della maggioranza spingendo per il voto anticipato e cogliendo l’occasione per la promozione di un’agenda fatta di impegni, manovre, soluzioni per uscire dalla crisi e restituire fiducia ad un paese depresso e frustrato;
•degli organi politici sovranazionali perché letteralmente schiavi dell’andamento dei mercati, dei titoli di Stato, degli indici finanziari (“la politica dello spread”)
Si badi bene, però, la mia critica verso l’Unione Europea è strutturale ed è, in modo particolare, il frutto della profonda amarezza per ciò che quest’organismo sarebbe potuto essere ma che, alla fine, non è stato. Esso non c’entra niente, dunque, con l’atteggiamento anti-europeista adottato a corrente alternata da Berlusconi e dal suo governo uscente. Comportamento che se, da una parte, è il segnale di un’incoerenza ai limiti della schizofrenia, dall’altra, lascia emergere la crisi definitiva di una speranza. Speranza in un cambio di paradigma della politica. Speranza in un governo internazionale in grado di dare una direzione e una testa alla Globalizzazione spinta dell’economia e dei mercati.
La successione così rapida degli eventi ha contribuito ad alimentare argomentazioni deboli e, in alcuni casi, facilmente falsificabili. Così come reazioni emotive e prese di posizione incomprensibili (tra cui inserisco, ad esempio, quella del PD in favore di un governo tecnico piuttosto che per le elezioni anticipate). In questo marasma, credo che il quadro più autentico della situazione emerga dall’analisi delle parole pronunciate da B. nel suo video-discorso. Che è, allo stesso tempo, un tuffo nostalgico nel passato ed una nuova dichiarazione di guerra. Verso i nemici interni ed esterni al partito così come alla nazione. Inoltr, non va trascurato il fatto che il governo Monti non è il frutto di consultazioni inter-istituzionali consumatesi dopo lo scioglimento del precedente governo, ma è, piuttosto, un gruppo di accademici semi-sconosciuti e tenuti al guinzaglio sia dall’Unione Europea che da B. A questo punto, dunque, si capisce come ci sia veramente poco da festeggiare in questo momento. Nessuno è morto, sparito o è stato dichiarato sconfitto da un verdetto politico incontrovertibile. Sugli eventi che si sono succeduti, B. può ancora sviluppare una sua visione delle cose. E, mentre il governo tecnocratico fa le cose, lui potrebbe cercare di imporre quella visione al suo pubblico e ai suoi alleati. Una visione che, alla fine, potrebbe permettergli di recuperare credito, credibilità e sostegni giusto in tempo per la prossima tornata elettorale. Il messaggio lanciato durante il convegno de LaDestra di Storace è emblematico da questo punto di vista. Dunque, non è finito proprio un bel niente. Anzi, pare che anche l’opposizione abbia come paura di un vuoto dopo la fine del berlusconismo. E, così, invece di assumersi la responsabilità di riportare il diritto di parola nelle mani e nelle matite degli italiani, essa si è fatta carico dell’ennesima manovra di “sostegno responsabile” ad un governo, ad una parte politica che, ascoltando la propria base sociale di riferimento, avrebbe dovuto osteggiare con tutte le sue forze. E, come scritto prima, ci si protegge dietro l’alibi vergognoso e insensato dell’atto di responsabilità per il bene del paese. Quando, in tempi normali, di questo paese non fotte niente a nessuno. E la riprova di ciò sta nel fatto che abbiamo dovuto aspettare la costituzione di un fronte internazionale accanito contro di noi ed il nostro governo per capire che andavano fatte delle riforme economico-finanziarie coraggiose e che la loro realizzazione implicava un cambio di rotta anche all’interno delle istituzioni di governo. Ciò, d’altra parte, non può non farmi pensare al fatto che non siamo stati capaci di contrastare questo governo dall’interno. Con una rivoluzione interna alla società civile, ai partiti d’opposizione. Ancora una volta, come la storia patria c’insegna, siamo stati liberati da un agente esterno, da una coincidenza di eventi che sono andati al di sopra e al di là di noi. E che, alla fine, ci hanno schiacciato, ci hanno sopraffatto. Niente alternanza di governo, niente bipolarismo perfetto (mi sarebbe andato bene anche lievemente imperfetto), niente voto, niente democrazia rappresentativa. Siamo stati costretti al cambiamento da una serie di atti di forza perpetrati dall’esterno e dall’alto. Tuttavia si sa che, come la storia dei popoli insegna, una forza in grado d’innescare un cambiamento non può essere rappresentata da chi si trova al governo e manovra un popolo. L’estabilishment non può chiedere novità o mutamenti radicali perché questi presuppongono la realizzazione di una rivoluzione sociale fondata sulla volontà (necessità) di spazzar via quello stesso assetto di potere. Qui sembra ci si stiano ridefinendo gli assetti, i rapporti di forza. Ma si tratta di un cambiamento interno alla solita famigliola di potentati in cui spiccano Finanza, Mercati, Istituzioni e Banche (non dico politica perché in essa vi rientrano anche partiti, membri ed elettori che in questo caso, com’è evidente, sono tagliati fuori dal processo).
Questa ibridazione di campi (politica ed economia, andamento dei mercati e credibilità dei governi) dunque, ha mostrato e sta portando alla luce tutto il suo potenziale cancerogeno per la politica e il governo delle democrazie Occidentali. Potenziale di cui ancora non prendiamo atto perché siamo troppo impegnati a capire quale sarà la squadra di governo del professor Monti (uomo di finanza, cervello fuggito all’estero e, dunque, apprezzato dal consesso dei leader europei).
Ad ogni modo, indipendentemente da ciò, io credo che oggi si stia consumando una sconfitta profonda e multipla:
•del governo nazionale (per dichiarata incapacità di affrontare la crisi se non aumentando le tasse e limitando la spesa anche per manovre di riforma);
•del presidente del consiglio a causa di una perdita di credibilità che gli ha impedito di rassicurare i mercati e i politici del resto del mondo;
•delle opposizioni al governo perché assolutamente incapaci di reagire ad un momento di crisi della maggioranza spingendo per il voto anticipato e cogliendo l’occasione per la promozione di un’agenda fatta di impegni, manovre, soluzioni per uscire dalla crisi e restituire fiducia ad un paese depresso e frustrato;
•degli organi politici sovranazionali perché letteralmente schiavi dell’andamento dei mercati, dei titoli di Stato, degli indici finanziari (“la politica dello spread”)
Si badi bene, però, la mia critica verso l’Unione Europea è strutturale ed è, in modo particolare, il frutto della profonda amarezza per ciò che quest’organismo sarebbe potuto essere ma che, alla fine, non è stato. Esso non c’entra niente, dunque, con l’atteggiamento anti-europeista adottato a corrente alternata da Berlusconi e dal suo governo uscente. Comportamento che se, da una parte, è il segnale di un’incoerenza ai limiti della schizofrenia, dall’altra, lascia emergere la crisi definitiva di una speranza. Speranza in un cambio di paradigma della politica. Speranza in un governo internazionale in grado di dare una direzione e una testa alla Globalizzazione spinta dell’economia e dei mercati.
Vox populi, vox dei: quando il carro dei vincitori andrebbe solo rottamato...
Una volta delineatosi il quadro relativo ai risultati dei vari quesiti referendari. Una volta scongiurato con matematica certezza il rischio della mancanza del quorum è, com’è evidente, scoppiato lo scontro interno alla famigliola politica attorno ai dati e, con essi, sono proliferati con incredibile velocità diversi tentativi d’analisi del voto. Tutti spasmodicamente tesi a sottolineare le esatte proporzioni con cui si sono distribuiti successi e insuccessi, onori e disonori, capacità profetiche e prove di incompetenza politica. Tra i vari partiti, le coalizioni. Così da ricreare due grandi partiti, due famiglie. Da una parte i vincitori: firmatari, promotori ed elettori. Dall’altra, i perdenti: il governo, il centro-destra, Berlusconi. Due partiti in cui, tuttavia, sono stati re-introdotti gli stessi personaggi, ridisegnate le geometrie di un potere che, alla fine, è sempre saldo nelle mani dei soliti (ig)noti. Il via, stavolta, lo ha dato Calderoli che, commentando il risultato al referendum, ha parlato di due sberle (amministrative e referendum) forse tre (la prossima potrebbero riceverla con la fiducia al governo) che sarebbero state scagliate evidentemente da parte dell’opposizione politica o da chi per loro. Anche Vendola, di solito diplomatico e dotato di buon senso, non ha resistito alla voglia di rivendicare a sé ed al proprio partito (anch’esso personale come quello del nostro premier) se non tutti, buona parte dei meriti della vittoria dell’immenso e trasversale popolo del SI. Un popolo in cui, a ben vedere, hanno contato in modo determinante:
- gli elettori del Terzo Polo;
- coloro che, di solito, votano Pdl e uno dei diversi partiti di governo;
- i cosiddetti indecisi che si sono mobilitati in buona parte;
Per cui, a ben vedere, non si può parlare affatto di vittoria o sconfitta. Praticamente per nessuno dei partiti attualmente facenti parte dello spettro politico nazionale. Questo, se fossero stati degli analisti obiettivi, avrebbero dovuto capirlo in seguito al risultato elettorale delle amministrative che, in generale, hanno segnato una profonda sconfitta nei confronti di tutti i partiti. Una sconfitta che risiede, come il referendum ha confermato, non tanto nella voglia di votare altro quanto, piuttosto, nella profonda incapacità del panorama politico di offrire programmi concreti, governi di lungo periodo, facce nuove e credibili. La vittoria di De Magristris a Napoli, ad esempio, invece di determinare grande gioia ed entusiasmi nel popolo della sinistra avrebbe dovuto avviare una fase di rielaborazione della propria offerta politica. Un’offerta, ad oggi, scadente, contigua con quella della fazione opposta ma, soprattutto, incapace di essere aderente alle necessità della gente. Se, dunque, con le amministrative la gente ha lanciato un messaggio di profonda sfiducia (della serie “non sappiamo più chi possa rappresentarci per cui ci affidiamo ancora ai meno sputtanati della lista”) verso la politica; con il referendum il messaggio contiene, invece, una profonda voglia di rivendicare a sé (il popolo sovrano) la voglia e il diritto di imporre l’agenda dei temi politici a politici, nazionali e locali. La voglia di partecipare a questo messaggio corale è, inoltre, stata trasversale ed ha spinto chi di solito non vota a dire come la pensa. E chi di solito non vota ha detto, in buona sostanza, “basta a questo modo di concepire e praticare la politica”. Per cui, anche in questo caso, non ci sono vincitori né vinti. C’è un modo di fare politica e, allo stesso tempo, una classe dirigente che ha superato metà della strada che la separa dal tramonto definitivo. Certo, apparentemente può emergere la vittoria dei cosiddetti “partitini” alla Sel o Idv. Ma io, dietro la preferenza accordata a questi partiti/persone, ci vedo un voto di ripiego, di frustrazione derivante dalla delusione verso l’operato dei grandi partiti (d’altra parte, i flussi elettorali più recenti testimoniano una migrazione proprio in questa direzione!).
Ad ogni modo, capisco che vi sia una buona componente di premeditazione nella volontà di sottolineare come le “due sberle” di cui sopra siano associate automaticamente ad una vittoria della sinistra e, dunque, ad una sonora sconfitta della destra. Forse perché, da una parte, si fa fatica ad immaginare (e programmare) un paradigma del fare politica che sia finalmente in grado di superare la contrapposizione secolarizzata tra le solite facce (da Di Pietro a Vendola a Berlusconi, in modo trasversale) di destra e di sinistra. Che sia capace di accogliere il risultato del referendum non come un punto da assegnare alla squadra dei SI, ma, come la volontà di abrogare qualcosa che è stato proposto. Qualcosa a cui, tuttavia, vanno contrapposti un modello di vita, individuale e collettiva, nuovo, sostenibile e condiviso da tutti. E’ finito il tempo in cui i partiti si facevano portatori della voce della propria base di riferimento. Un tempo in cui le indicazioni dei leader erano in grado di predire davvero i risultati elettorali (il tempo in cui i partiti erano carichi di ideologie e un tempo, ormai passato, in cui i leader erano facce che godevano di largo seguito e rispetto nell’elettorato). La dimensione verticale sta morendo. Oggi è il tempo in cui la gente vuole discutere di tutto. Vuole contare, vuole decidere, vuole partecipare. E la cosa, se finisse qui, sarebbe un fenomeno di rigurgito anti-partitico e anti-istituzionale tutto sommato comprensibile e giustificabile entro gli schemi d’analisi classici. Ma c’è di più. La gente vuole partecipare a partire da nuove forme di aggregazione, vuole decidere non solo i temi, ma, anche fini e metodi d’azione. A ulteriore testimonianza di quanto profondo (e, credo, maturo) sia l’avversione nei confronti di un modello che si è pronti a rimpiazzare già da domattina. D’altra parte, il ritorno di termini come “bene comune” e “azione collettiva” così come dell’azione diffusa, orizzontale e cooperativa delle associazioni pro-referendum fanno davvero ritornare con la memoria ai primi anni ottanta, alle discussioni anti-nucleare, alla fusione di quell’istanza con una società civile (organizzata o meno) che aveva una gran voglia di andare al di là dei famigerati blocchi per dire la propria sull’uso civile del nucleare. Rifiutando, anche in quel caso, un modello di fare politica. Un modo di utilizzare il potere rappresentativo per prendere decisioni che la gente avrebbe voluto prendere in autonomia, affermando il sacrosanto diritto di addurre le proprie ragioni. Ragioni che non sempre coincidono con quelle del politico di turno chiamato a rappresentarci. Per cui, è indiscutibile il significato politico che quel referendum (come questo) hanno avuto. In cui il termine “politico”, però, è inteso come volontà di riaffermare una volontà popolare e non come “arma politica” da scagliare contro il nemico per costringerlo ad arrendersi agli occhi di un’opinione pubblica che si crede sia passata dall’altra parte della barricata (con “noi”, lontano da “voi”). Stavolta non c’è di mezzo il solito “balletto della politica”. Sono in gioco temi più grandi e più gravi che, spero, siano il segno di cambiamenti più profondi e radicali. La gente vuole spazzare via un intero sistema. Anche io ho fatto quanto ho potuto anche con la volontà di lanciare un preciso segnale che andasse al di là dell’espressione di un voto (il cosiddetto “quinto quesito” che, tuttavia, non è rivolto solo al governo in carica, ma, a tutto un universo politico). D’altra parte, ad ognuno tocca essere onesto con sé stesso, fino in fondo. In un momento come questo, poi, in cui si ha davvero poco da perdere, si diventa tutti più trasparenti, più sfacciati. Per cui, al di là di dietrologie e letture statistiche lasciano il tempo che trovano, il segnale mi pare essere ormai inequivocabile.
La cosa che temo davvero è che, a questo punto, la grandezza di questo risultato (politico, civile, popolare) rischi di esser spazzata via e minimizzata da quella terribile macchina dell’offuscamento e della normalizzazione di tutto e tutti che tiene dentro dai giornalisti meno obiettivi e prezzolati a praticamente tutti gli appartenenti all’attuale classe politica i quali, per sopravvivere, non hanno altra strategia da adottare se non quella che consente loro di assorbire, remixare il tutto con fatti e fatterelli laterali, addizionare con dichiarazioni pubbliche timorate e diplomatiche (prima che cambi il vento c’è sempre un immobilità nell’aria che nessuno ha il coraggio di violare!) normalizzare a suon dell’impudente e spregiudicato “costi quel che costi” (che si è rivelato esser piuttosto una profezia) e andar avanti come se non fosse accaduto nulla. Indifferenti. Da oggi credo che questo non sarà più possibile.
- gli elettori del Terzo Polo;
- coloro che, di solito, votano Pdl e uno dei diversi partiti di governo;
- i cosiddetti indecisi che si sono mobilitati in buona parte;
Per cui, a ben vedere, non si può parlare affatto di vittoria o sconfitta. Praticamente per nessuno dei partiti attualmente facenti parte dello spettro politico nazionale. Questo, se fossero stati degli analisti obiettivi, avrebbero dovuto capirlo in seguito al risultato elettorale delle amministrative che, in generale, hanno segnato una profonda sconfitta nei confronti di tutti i partiti. Una sconfitta che risiede, come il referendum ha confermato, non tanto nella voglia di votare altro quanto, piuttosto, nella profonda incapacità del panorama politico di offrire programmi concreti, governi di lungo periodo, facce nuove e credibili. La vittoria di De Magristris a Napoli, ad esempio, invece di determinare grande gioia ed entusiasmi nel popolo della sinistra avrebbe dovuto avviare una fase di rielaborazione della propria offerta politica. Un’offerta, ad oggi, scadente, contigua con quella della fazione opposta ma, soprattutto, incapace di essere aderente alle necessità della gente. Se, dunque, con le amministrative la gente ha lanciato un messaggio di profonda sfiducia (della serie “non sappiamo più chi possa rappresentarci per cui ci affidiamo ancora ai meno sputtanati della lista”) verso la politica; con il referendum il messaggio contiene, invece, una profonda voglia di rivendicare a sé (il popolo sovrano) la voglia e il diritto di imporre l’agenda dei temi politici a politici, nazionali e locali. La voglia di partecipare a questo messaggio corale è, inoltre, stata trasversale ed ha spinto chi di solito non vota a dire come la pensa. E chi di solito non vota ha detto, in buona sostanza, “basta a questo modo di concepire e praticare la politica”. Per cui, anche in questo caso, non ci sono vincitori né vinti. C’è un modo di fare politica e, allo stesso tempo, una classe dirigente che ha superato metà della strada che la separa dal tramonto definitivo. Certo, apparentemente può emergere la vittoria dei cosiddetti “partitini” alla Sel o Idv. Ma io, dietro la preferenza accordata a questi partiti/persone, ci vedo un voto di ripiego, di frustrazione derivante dalla delusione verso l’operato dei grandi partiti (d’altra parte, i flussi elettorali più recenti testimoniano una migrazione proprio in questa direzione!).
Ad ogni modo, capisco che vi sia una buona componente di premeditazione nella volontà di sottolineare come le “due sberle” di cui sopra siano associate automaticamente ad una vittoria della sinistra e, dunque, ad una sonora sconfitta della destra. Forse perché, da una parte, si fa fatica ad immaginare (e programmare) un paradigma del fare politica che sia finalmente in grado di superare la contrapposizione secolarizzata tra le solite facce (da Di Pietro a Vendola a Berlusconi, in modo trasversale) di destra e di sinistra. Che sia capace di accogliere il risultato del referendum non come un punto da assegnare alla squadra dei SI, ma, come la volontà di abrogare qualcosa che è stato proposto. Qualcosa a cui, tuttavia, vanno contrapposti un modello di vita, individuale e collettiva, nuovo, sostenibile e condiviso da tutti. E’ finito il tempo in cui i partiti si facevano portatori della voce della propria base di riferimento. Un tempo in cui le indicazioni dei leader erano in grado di predire davvero i risultati elettorali (il tempo in cui i partiti erano carichi di ideologie e un tempo, ormai passato, in cui i leader erano facce che godevano di largo seguito e rispetto nell’elettorato). La dimensione verticale sta morendo. Oggi è il tempo in cui la gente vuole discutere di tutto. Vuole contare, vuole decidere, vuole partecipare. E la cosa, se finisse qui, sarebbe un fenomeno di rigurgito anti-partitico e anti-istituzionale tutto sommato comprensibile e giustificabile entro gli schemi d’analisi classici. Ma c’è di più. La gente vuole partecipare a partire da nuove forme di aggregazione, vuole decidere non solo i temi, ma, anche fini e metodi d’azione. A ulteriore testimonianza di quanto profondo (e, credo, maturo) sia l’avversione nei confronti di un modello che si è pronti a rimpiazzare già da domattina. D’altra parte, il ritorno di termini come “bene comune” e “azione collettiva” così come dell’azione diffusa, orizzontale e cooperativa delle associazioni pro-referendum fanno davvero ritornare con la memoria ai primi anni ottanta, alle discussioni anti-nucleare, alla fusione di quell’istanza con una società civile (organizzata o meno) che aveva una gran voglia di andare al di là dei famigerati blocchi per dire la propria sull’uso civile del nucleare. Rifiutando, anche in quel caso, un modello di fare politica. Un modo di utilizzare il potere rappresentativo per prendere decisioni che la gente avrebbe voluto prendere in autonomia, affermando il sacrosanto diritto di addurre le proprie ragioni. Ragioni che non sempre coincidono con quelle del politico di turno chiamato a rappresentarci. Per cui, è indiscutibile il significato politico che quel referendum (come questo) hanno avuto. In cui il termine “politico”, però, è inteso come volontà di riaffermare una volontà popolare e non come “arma politica” da scagliare contro il nemico per costringerlo ad arrendersi agli occhi di un’opinione pubblica che si crede sia passata dall’altra parte della barricata (con “noi”, lontano da “voi”). Stavolta non c’è di mezzo il solito “balletto della politica”. Sono in gioco temi più grandi e più gravi che, spero, siano il segno di cambiamenti più profondi e radicali. La gente vuole spazzare via un intero sistema. Anche io ho fatto quanto ho potuto anche con la volontà di lanciare un preciso segnale che andasse al di là dell’espressione di un voto (il cosiddetto “quinto quesito” che, tuttavia, non è rivolto solo al governo in carica, ma, a tutto un universo politico). D’altra parte, ad ognuno tocca essere onesto con sé stesso, fino in fondo. In un momento come questo, poi, in cui si ha davvero poco da perdere, si diventa tutti più trasparenti, più sfacciati. Per cui, al di là di dietrologie e letture statistiche lasciano il tempo che trovano, il segnale mi pare essere ormai inequivocabile.
La cosa che temo davvero è che, a questo punto, la grandezza di questo risultato (politico, civile, popolare) rischi di esser spazzata via e minimizzata da quella terribile macchina dell’offuscamento e della normalizzazione di tutto e tutti che tiene dentro dai giornalisti meno obiettivi e prezzolati a praticamente tutti gli appartenenti all’attuale classe politica i quali, per sopravvivere, non hanno altra strategia da adottare se non quella che consente loro di assorbire, remixare il tutto con fatti e fatterelli laterali, addizionare con dichiarazioni pubbliche timorate e diplomatiche (prima che cambi il vento c’è sempre un immobilità nell’aria che nessuno ha il coraggio di violare!) normalizzare a suon dell’impudente e spregiudicato “costi quel che costi” (che si è rivelato esser piuttosto una profezia) e andar avanti come se non fosse accaduto nulla. Indifferenti. Da oggi credo che questo non sarà più possibile.
Consapevolezze.....(Parte prima)
A pensarci bene, in quest’ultimo periodo della mia vita ho rischiato seriamente di ri(n)chiudermi nel più profondo dei tunnel della tristezza e della frustrazione personale. Tunnel che, tra l’altro, mi ha ospitato fino a non molto tempo fa. L’episodio, in realtà, è una costellazione di avvenimenti che mi hanno fatto dubitare seriamente delle mie potenzialità relazionali. Da una parte, la scarsezza di amici e di momenti di interazione profonda, autentica. Dopo la partenza di quelle poche, grandi persone che mi hanno riempito la vita e il cuore di emozioni, mi sono sentito veramente solo in questo pure piccolo paesino. Non saranno mai abbastanza le parole spese per denunciare come sia difficile instaurare relazioni profonde, amicizie fondate su una piena ed onesta condivisione in questa cittadella universitaria che ti sembra darti tutto, ma, che in realtà ti accontenta solo in minima parte. Dopo tanto tempo l’ho capito e la scoperta ha avuto da subito il sapore della condanna. Condanna a dover ripartire ogni volta da zero, come fossi un bambino contro il muro che aspetta di essere scelto per la partitella di calcetto sotto casa. Aspetti e sei attraversato continuamente da due pulsioni opposte. Da una parte, vorresti aspettare che qualcuno, ancora venga a sceglierti. Allora, fai affidamento sulla tua auto-stima, ti riempi la testa di tutte le cose belle e ammirevoli che hai fatto. Ti dici “con tutto quello che so e posso fare e dare vuoi che nessuno si (ri)avvicini a me?proprio a me?”. Dall’altra, quando smetti i panni del testardo orgoglioso e vanaglorioso ti scopri immediatamente debole, fragile, incompleto. E da lì parti alla ricerca immediata (e che ha il sapore della disperazione) di facce amiche e, più spesso, finisci per trovare solo delle persone travestite (anche male) da fratelli, compagni di bevute, conoscenti o interessati. Da lì non puoi non sbattere contro di nuovo contro tutta una serie di amare consapevolezze (stavolta più dura di prima). Tra cui: 1) è possibile che tu abbia perso e/o che tu non abbia mai avuto grandissime doti relazionali (d’altronde gli altri, che non perdono mai tempo quando si tratta di descriverti, raramente ti dipingono come una persona socievole); 2) tanto tempo passato sempre con le stesse persone ti ha certamente fatto perdere quel poco che sapevi fare quando si trattava di stringere amicizie. Sai, tutta quella roba su ciò che puoi dire all’inizio di una conoscenza, il tatto, la diplomazia. Sei diventato una specie di treno senza freni e fai veramente una gran fatica a fare un passo indietro rispetto a questo processo di abbrutimento (qualcuno oserà spacciartela per maturità. Non credergli mai!); 3) la solita pippa trita e ritrita relativa al luogo, alle amicizie, ai gruppi chiusi, alla freddezza delle persone che sai benissimo quanto valgano solo come semplici alibi.
Qualche tempo fa credevo di essermi imbattuto in una persona che pensavo avrebbe potuto migliorare la mia vita. Sai, quelle persone che ti fanno sentire di nuovo importanti. Che ti cercano, fanno domande interessate e relative alla tua vita. E vedi nei loro occhi e senti nella loro voce la voglia di entrare in contatto con un po’ del tuo mondo. Avverti a pelle la chiara sensazione che qualcosa sta cambiando nel tuo corpo, nel tuo umore. E mi iniziavo a sentire più leggero, riuscivo a rivedere tutti i colori. Dentro e fuori di me. Insomma, credevo di aver trovato dopo tanto tempo (e svariati errori!) quella persona a cui avrei potuto, per l’ennesima volta, affidare con leggerezza e una grande emozione la mia testa, i miei pensieri quotidiani. Ed una parte, non so quanto o quando, anche del mio cuore. Pensavo che fosse la volta giusta. Pensavo fosse quella giusta. E, invece, la mia voglia di conoscere, il mio desiderio oramai libero di entrare in contatto mi ha giocato un brutto scherzo. Schiavo della necessità di altro, del bisogno di qualcuna che ridesse vivacità alla mia vita ho iniziato a viaggiare dentro un mondo parallelo. Un mondo in cui lei era travestita da persona giusta e io da stupido con gli occhi a cuoricino che aveva preso una brutta cotta. Quella passione era già diventata ansia da prestazione, poi, padrona dei miei pensieri. E con quel cervello e quegli occhi annebbiati leggevo tutto quello che avevo attorno a me. Compreso lei e le sue parole, i suoi discorsi, i suoi messaggi. E' incredibile come solo due persone possano essere non solo così estremamente lontani ma avere al loro interno tutto un modo assolutamente personale di interpretare e fare tutto. Una consapevolezza questa che facilmente potrebbe sfociare in un relativismo anarchico devastante. I bisogni, le aspettative, i momenti di vita in ognuno di noi possono essere, così, il volano per la costruzione di veri e propri mondi separati. Mondi che, credo raramente, siano capaci d'incontrarsi. I nostri, stavolta, credo si siano appena sfiorati. Ma quel rapido incontro l’ho vissuto in modo talmente tanto intenso da sottovalutare anche l’importanza del dato reale, empirico. Fatti. Forse perché se avessi guardato sin da subito la realtà (quella vera!) avrei capito che la risposta a tutti i miei dubbi (le mie sofferenze, l’incapacità di darmi delle motivazioni sensate) era lì, dietro l’angolo, ad aspettarmi. Cruda, indesiderata e senza peli sulla lingua. Come quasi tutte le cose che affiorano dalla (mia) Vita vissuta.
Qualche tempo fa credevo di essermi imbattuto in una persona che pensavo avrebbe potuto migliorare la mia vita. Sai, quelle persone che ti fanno sentire di nuovo importanti. Che ti cercano, fanno domande interessate e relative alla tua vita. E vedi nei loro occhi e senti nella loro voce la voglia di entrare in contatto con un po’ del tuo mondo. Avverti a pelle la chiara sensazione che qualcosa sta cambiando nel tuo corpo, nel tuo umore. E mi iniziavo a sentire più leggero, riuscivo a rivedere tutti i colori. Dentro e fuori di me. Insomma, credevo di aver trovato dopo tanto tempo (e svariati errori!) quella persona a cui avrei potuto, per l’ennesima volta, affidare con leggerezza e una grande emozione la mia testa, i miei pensieri quotidiani. Ed una parte, non so quanto o quando, anche del mio cuore. Pensavo che fosse la volta giusta. Pensavo fosse quella giusta. E, invece, la mia voglia di conoscere, il mio desiderio oramai libero di entrare in contatto mi ha giocato un brutto scherzo. Schiavo della necessità di altro, del bisogno di qualcuna che ridesse vivacità alla mia vita ho iniziato a viaggiare dentro un mondo parallelo. Un mondo in cui lei era travestita da persona giusta e io da stupido con gli occhi a cuoricino che aveva preso una brutta cotta. Quella passione era già diventata ansia da prestazione, poi, padrona dei miei pensieri. E con quel cervello e quegli occhi annebbiati leggevo tutto quello che avevo attorno a me. Compreso lei e le sue parole, i suoi discorsi, i suoi messaggi. E' incredibile come solo due persone possano essere non solo così estremamente lontani ma avere al loro interno tutto un modo assolutamente personale di interpretare e fare tutto. Una consapevolezza questa che facilmente potrebbe sfociare in un relativismo anarchico devastante. I bisogni, le aspettative, i momenti di vita in ognuno di noi possono essere, così, il volano per la costruzione di veri e propri mondi separati. Mondi che, credo raramente, siano capaci d'incontrarsi. I nostri, stavolta, credo si siano appena sfiorati. Ma quel rapido incontro l’ho vissuto in modo talmente tanto intenso da sottovalutare anche l’importanza del dato reale, empirico. Fatti. Forse perché se avessi guardato sin da subito la realtà (quella vera!) avrei capito che la risposta a tutti i miei dubbi (le mie sofferenze, l’incapacità di darmi delle motivazioni sensate) era lì, dietro l’angolo, ad aspettarmi. Cruda, indesiderata e senza peli sulla lingua. Come quasi tutte le cose che affiorano dalla (mia) Vita vissuta.
L'unità come la ricordo io...
Ancora oggi, dopo tanti anni, quando sento l’espressione “unità d’Italia” la prima cosa che mi viene in mente è una bella lezione, parlo dei tempi del liceo, su tutta la fase pre-unitaria, sull’egemonia sabauda, sul grande statista Cavour. Ricordo delle prime leggi, dei governi prefettizi nel sud Italia. Ricordo della necessità di sviluppare, almeno in teoria, un impianto legislativo e di governo in grado di tenere assieme realtà che, fino a quel momento, erano considerabili come dei veri e propri mondi a sé stanti. Non era, com’è ovvio, solo una questione di dialetti. C’erano diversità antropologiche, culturali, c’erano problematiche e uomini completamente differenti. E, in modo particolare, ricordo benissimo lo strano effetto che mi faceva sentire e scorrere pagine e pagine di una storia in cui erano perfettamente distinguibili una testa ed una pancia del paese. La prima, grosso modo coincidente con il Piemonte e le regioni ricche del nord Italia, alla testa del processo di unificazione, grandi “esportatori di democrazia” e di civiltà (giusto per restare coi piedi nell’attualità) e, dall’altra parte, una pancia che, in qualche modo, si era ritrovata a subire questo processo politico che, almeno dal mio punto di vista, sembrava avere ben poco di democratico e/o di civilizzatore. Il problema del brigantaggio mi pareva essere una sorta di auto-narrazione del nemico proveniente dal Sud con cui si cercava di circoscrivere un problema per, poi, tentare di annullarlo, azzerarlo (un po’ come hanno fatto gli americani con Bin Laden. Problema che, di fatti, sembrano essere lontani dall’aver risolto). Il brigantaggio, l’antesignano della mafia dei signorotti/proprietari terrieri rappresentava la forma più avanzata di auto-governo di quelle terre. Non so se fosse giusta o ingiusta. Ma mi resta chiara, nella mente, la sensazione che a quel cattivo governo se ne fosse semplicemente sostituito un altro. Certo strutturato in modo più complesso, frutto del lavoro di statisti e giuslavoristi. Dei raffinati lumi del Nord. Vanto d’Italia. Insomma, venne spazzata immediatamente via dalla mia mente l’idea per cui il processo di unificazione potesse permettere a tutti di partire dagli stessi blocchi. Azzerando le differenze negative ed avviando all’interno del paese appena unificato un vero e proprio processo di civilizzazione. Almeno, dopo quella spiegazione e le letture, non ne ero più sicuro. Per niente. Anzi, sarà stata l’influenza degli anni dell’avvicinamento alla politica studentesca, ma, mi sentivo fortemente convinto dell’idea che, alla base di questa millantata esportazione di civiltà e sane virtù, vi fosse stato solo un clamoroso atto di prepotenza subito taciuto da coloro che ne erano stati testimoni, narratori o autori. Un comportamento che, nei fatti, si è dimostrato miope e incapace di comprendere e rispettare nel profondo tutte quelle sane e fruttuose diversità. La “questione meridionale”, che suona quasi come se l’esistenza stessa di una parte del nostro paese rappresentasse un problema o una fonte di allarme sociale, mi sembra l’apoteosi di questa che è già una incredibile esaltazione negativa di differenze. Una esaltazione che ha proprio il sapore e la forma di una discriminazione che, purtroppo, è stata immediatamente declinata nell’ennesimo punto programmatico nell’agenda di politici di destra come di sinistra, di ieri come di oggi. Ecco, un’altra, chiarissima riflessione che feci all’ascolto delle parole della prof, era che tutto quello mi sembrava incredibilmente attuale. La demonizzazione di Roma, i fondi per il sostegno alla popolazioni disagiate sotto la capitale, la lotta al brigantaggio (che ha accresciuto le qualità del suo nemico, invece di combatterle). E’ tutto clamorosamente fermo a quando ci è stata imposta l’unione del paese con regole scritte dall’esterno e con la millantata promessa di una unione conveniente per le sorti e il progresso del Paese. Se a tutto ciò si unisce, poi, il fatto che il senso “medio” della democrazia e delle istituzioni (che, nella pratica dei lavori della costituente, si è concretizzata con qualche ritardo rispetto alle più antiche e forse-solide democrazie dell’antico regime) vacilla fortemente, allora, sembra confermata l’ipotesi per cui festeggiare l’unificazione per un paese che ancora sta cercando (o forse no) la strada per appianare conflitti culturali ormai radicati suona un pelo come una contraddizione.
Partire magari da giusti ed autentici racconti di Storia potrebbe essere una soluzione per incominciare a guardare in faccia problemi e disagi che, proprio con quel barbaro processo di unificazione, si è cercato di oscurare 150 anni fa. Perché nessun processo d’unione è immune da conflitti, anche aspri. Perché in ogni paese democratico la dialettica, il contraddittorio, la smentita, la confutazione rappresentano valori. Non ingombranti paletti. Le vicende del Nord-Africa ne sono la riprova.
Partire magari da giusti ed autentici racconti di Storia potrebbe essere una soluzione per incominciare a guardare in faccia problemi e disagi che, proprio con quel barbaro processo di unificazione, si è cercato di oscurare 150 anni fa. Perché nessun processo d’unione è immune da conflitti, anche aspri. Perché in ogni paese democratico la dialettica, il contraddittorio, la smentita, la confutazione rappresentano valori. Non ingombranti paletti. Le vicende del Nord-Africa ne sono la riprova.
Davide, il paese reale, la filosofia del "not in my backyard"
Saranno state le 23 circa, sto per riprendere la macchina a piazza Mercatale per rientrare a casa dopo una cena con amici, a Urbino, quando sento a un certo punto ticchettarmi al finestrino. E mi ritrovo immediatamente di fianco un ragazzo di carnagione scura che si sbraccia come per salutarmi, come se mi conoscesse da una vita. Dopo qualche attimo di titubanza, apro la portiera e il ragazzo, con un italiano stentato, mi chiede di essere accompagnato a Fermignano, un paesino ad una decina di chilometri da Urbino. “No, scusami, ma io abito da un’altra parte”; abbozzo qualche scusa, in realtà mi prende un po’ di paura. Gli guardo le mani, cerco di anticipare con gli occhi tutti i suoi gesti più piccoli. Non riesco proprio a dire di no a un ragazzo in evidente difficoltà. Lui, come per prendere in contropiede la mia necessità (non più tanto nascosta!) di rassicurazione, esibisce subito i suoi documenti appena rinnovati. Come se si trovasse ad un posto di blocco, un check point. Forse conosce bene la diffidenza delle persone di questo posto come del suo paese o, forse, più semplicemente, si rende conto che il panico e l’ansia di rientrare a casa dopo una giornata passa alla Questura di Roma lo hanno indotto a compiere un gesto troppo avventato senza averne il diritto. Insomma. Dopo qualche esitazione, gli dico di montare in macchina e che lo avrei portato io a casa. A quell’ora autobus zero. Già mi immagino, qualche minuto prima del mio arrivo alla macchina, come lo avrà trattato il tipo dei bus. D’altronde li vedo tutti i giorni, da sei anni oramai. “Scusi, per caso ancora autobus chi va a Fermignano?” - gli avrà detto Davide o, almeno questo è il nome con cui mi si è presentato – “No, a quest’ora niente (silenzio)”…..”Grasie”…Viene dalla Nigeria, 32 anni credo di aver capito. Muratore impiegato in una piccola azienda di Fermignano. Ma come ci sarà arrivato a Fermignano uno che viene dalla Nigeria?...ho perso l’occasione di chiederglielo. A quel punto, per rompere il silenzio e l’evidente imbarazzo inizio a fargli qualche domanda in inglese sulla sua abitazione, sulla vita nel piccolo paesino, sulla diffidenza della gente del posto. Ma lui, forse perché offuscato dalla gioia per aver trovato un modo di rincasare o semplicemente perché pensava che fossi uno del posto, mi descrive una vita piuttosto senza, senza grandi problemi, a parte i soldi e il lavoro. Gli spiego che il sindaco di Fermignano fa parte di un partito italiano che non ha posizioni molto tenere nei confronti degli immigrati. A quest’affermazione, il ragazzo sembra cadere dalle nuvole. E, in fin dei conti, la cosa sembra anche interessargli poco e lo capisco. Una volta riuscito a sistemarti, a metterti in regola, ad avere un lavoro onesto e a fare anche solo un piccolissimo passo per uscire da quello stato di povertà assoluta che ha tagliato come un’accetta tutta la tua esistenza fino a quel momento. Posso capire perfettamente come, a conti fatti, Davide se ne fotta altamente di essere amministrato da un sindaco dei Verdi, della Lega o di qualsivoglia altro partito politico. Questo è giochetto tutto nostro. Anzi, di coloro che, tutto sommato, riescono ad arrivare fino alla quarta settimana e chiedono a voce alta un posto riservato nei salotti. Davide è, insieme a molti altri milioni di persone, una parte integrante del nostro paese. O meglio, del paese reale. Che cerca lavoro, giustizia, aiuto e, più di ogni altra cosa, una vita di dignità e di diritto. Il ragazzo mi racconta che usa una vecchia bici per andare a lavorare. Mi dice che prende circa 50 euro al giorno anche se, tra tasse e ritenute, guadagna molto poco e sembra qusi pentirsi di essersi messo in regola. Forse, col nero, avrebbe guadagnato di più. Davide lavora, in media, tredici ore al giorno ma non tutti i giorni. Quando c’è bisogno. Poi le spese, le bollette, il viaggio periodico a Roma per rinnovare la regolarizzazione della sua presenza in questo paese. Questo incontro, fortuito per entrambi, mi ha fatto pensare ad almeno due cose. La prima riguarda la fatica enorme che avrà fatto una persona sradicata dal proprio paese e costretta all’emigrazione per sopravvivere. Ingabbiata in un lavoro che ti permette di sopravvivere, ma, non di essere felice. Di vivacchiare, ma, non certo di tornare spesso nel tuo paese d’origine. Un po’ come il classico emigrante che, da sud a nord, va in cerca di lavoro ma perde completamente le base che hanno costruito la sua persona, la sua vita, le sue emozioni. Tutto per cercare lavoro. Tutto per finirne, poi, con l’essere schiavi. In Davide, come in molti altri immigrati, ho rivisto quel velo di tristezza che nemmeno un isolato gesto di gratitudine può essere capace di cancellare. Quella tristezza sembra essersi insediata fin nel profondo della sua povera anima. D’altra parte, il gesto isolato è inevitabilmente letto come una miope espressione di pietà nei suoi confronti. Ed è questa, almeno per me, la miccia di ogni scontro, di ogni possibile incomprensione. Sta tutto nel nostro modo di fare che oscilla continuamente e in modo schizofrenico tra una accettazione sbandierata in piazza (l’uguaglianza per tutti, a tutti i costi) ed una ben più intima repulsione. E siamo ancora fermi a questo step. Parliamo molto di integrazione, della necessità di accettare una presenza straniera che oramai si sta facendo massiccia e, in pari tempo, significativa dal punto di vista occupazionale, della produzione di ricchezza e consumo. D’altra, invece, quando si tratta di avere a che fare direttamente con problemi legati alla convivenza, alla multiculturalità tiriamo fuori tutte le nostre psicosi sociopatiche, tutte le ansie di un popolo insicuro e profondamente diviso. Regionale e biologicamente provinciale. La sproporzione tra le parole dette e i gesti realizzati diventa, in questo modo, scandalosamente preoccupante. Per cui, non mi vergogno nel dire che attraverso quel passaggio dato e non negato con leggerezza ho cercato di naturalizzare un gesto che, in un altro momento della mia vita, avrei negato con altrettanta naturalezza. Qui pago lo scotto dell’ipocrisia naturale (e tutta italiana!) di cui non faccio fatica ad ammettere di esser vittima. Ma certamente non sarei andato a letto così soddisfatto come ora. Mi sento piuttosto orgoglioso. Forse è triste, forse è stupido. Forse è semplicemente la chiusura perfetta del cerchio dell’ipocrisia di chi lancia il sasso poi nasconde la mano dietro un piccolo gesto come quello che ho raccontato. Forse, tutto questo non dovrebbe nemmeno essere argomento per un post. Tuttavia, ne ho avvertito la necessità. Non tanto per “i lettori” quanto per me…E il cerchio si chiuse due volte…
IL TEMPO MI FA MALE ALLE OSSA E AL CUORE....
Sto posto (che, detto per inciso, sarebbe Urbino) non solo quando nevica, ti mette un’ansia devastante. Oggi mi sono praticamente occupato solo della casa, dell’ordine, dell’auto. Il vicino mi ha letteralmente tirato fuori da questo muro di ghiaccio formatosi durante la notte e cementatosi con la neve del mattino. L’ordine. Ma quanto tempo della mia vita avrò già speso per fare ordine tra le cose che ho, che ho avuto, che vorrei. Tanto, tantissimo tempo rubato all’invenzione di qualcosa di nuovo, di radicalmente nuovo per me, nella mia vita. Allora ti rispondi che è tutta una questione di equilibrio. Non npe sei totalmente certo, quindi chiedi consiglio ad una persona amica che ti risponde che è tutta una fottuta questione di equilibrio. Ma, poi, penso. Se è tutta una questione di equilibrio tra elementi, variabili, questo approccio alla soluzione del problema non è, allo stesso tempo, l’espressione diversamente articolata della sua stessa causa. Per intenderci, il cazzo di equilibrio tra le cose non è, alla fine ma poi non tanto, solo un altro modo di programma le cose, archiviarle. Metterle di nuovo in fila, ma con una nuova etichetta?...Siamo al punto di partenza. Come si sconfigge la tendenza all’ordine nella testa di un ragazzo datato un quarto di secolo, proveniente dal sud e, per di più, da una famiglia che col suo lento disgregarsi non ha fatto altro che insegnargli a tenere tutte le cose unite. Le parti del corpo, con l’alimentazione. Le parti del cervello, senza fare uso di alcool o droghe. Le parti della mente con lo studio assennato e l’osservazione permanente di modelli virtuosi di comportamento. E così anche con tutte le parti che compongono la mia vita. Ovvero, i pezzi, le propaggini, i prolungamenti della mia insicurezza, della mia debolezza che si nasconde dietro un dito. Vestiti più o meno puliti e ordinasti per colore (non sono ancora arrivato a graduarli sulle sfumature di colore, spero di non arrivarci mai). La macchinina parcheggiata sempre in vista e ben pulita. Pulsioni maniacali alla pulizia di cui mi pento immediatamente come se fossi un ladro. Pulire nel cuore della notte. Fare tardi a un appuntamento (d’amicizia, d’amore, di lavoro) perché ci si è soffermati a pulire la tazza del cesso che mostrava puntini neri sul bordo e opacità al centro mai notate fino alla pisciatine notturna della giorno prima. Pulsioni irrefrenabili di cui riesco anche a ricostruire l’origine, di cui, alla fine, riesco a fornire anche un identikit completo. Con tanto di complessi edipici, traumi infantili, mancanze d’affetto, ossessioni e pulsioni. E ci mancherebbe altro. Sono o non sono un tipo fottutamente ordinato. Peggio di un marine a cui abbiamo insegnato a lucidarsi ogni mattina persino il buco del culo a comando.
Poi pensavo anche a sto posto e l’amore. Non ho quasi più niente da scoprire sulle possibilità di innamoramento che ti concede un posto del genere. Essì. Perché da un po’ di tempo a questa parte la sto buttando sul discorso del fattore ambientale. Silvio vive dentro di me e me ne sto accorgendo solo ora. Ad ogni modo, cerco da un pò ti tempo di rifugiarmi dando la colpa o a quello che l’ambiente mi propone o a quello che vorrei ma che questo maledettissimo ambiente non è in grado di darmi. Se fossero vere queste condizioni dovrei ammettere: che io non sono fatto per determinati tipi di posti per cui, dopo un determinato periodo di sopravvivenza, sono costretto a darmela a gambe elevate. O, in alternativa, che o dei bisogni amorosi, delle necessità sentimentali che questo posto davvero non sembra essere in grado di esaudire. Sulla prima posso anche essere d’accordo, con un buon grado di serenità. Se, invece, fosse vera la seconda dovrei preoccuparmi. Se, poi, la prima e la seconda ipotesi fossero in qualche modo collegate allora si che dovrei ritenermi con un piede nella merda visto il tempo che mi resta da vivere quì e la mia non più giovine età. Risultato? Mi sento un bambino con scarsissime capacità relazionali, quasi sempre insoddisfatto. Alla ricerca di nuove conoscenze ma, nei fatti, poco aperto al confronto con esperienze davvero nuove. Insomma. Lascio passare le giornate, le settimane coprendomi dietro una routine quotidiana che mi affanna ma non mi spegne. Mi coinvolge ma non mi seduce mai del tutto. Così come per le amicizie che “questo posto” mi sta regalando. Contenitori senza peso, barattoli sparsi senza etichetta ma con una data di scadenza enorme, scritta a caratteri cubitali e bel leggibile anche per un miope di “vecchia data” (appunto) come me. E, intanto, le persone che hanno condito davvero la mia vita insaporendola sono via, fuori da qui. In un altro mondo. Magari staranno fronteggiando scelte difficili, grandi delusioni, nuovi sentimenti, emozioni inaspettate. A volte mi immagino di essere al loro fianco. Sai, un po’ come quando sei il primo che abbraccia l’amico che hanno appena proclamato col massimo dei voti In quell’abbraccio ubriacante e vigoroso ci si scambiano energie, c’è vigore. C’è una enorme voglia di vivere. Ma c’è anche passione, affetto, debito reciproco. Perché, prima di essere avvolto da quell’abbraccio, sei stato (anche se in una frazione di secondo) scelto, selezionato in quella moltitudine di persone accorse per celebrarti. Ecco, io è da un po’ che non mi sento più l’oggetto di quella bellissima scelta. Non mi sento più importante per nessuno che sia davvero importante per me. E la cosa, oltre a non piacermi, mi fa stare davvero male…
Poi pensavo anche a sto posto e l’amore. Non ho quasi più niente da scoprire sulle possibilità di innamoramento che ti concede un posto del genere. Essì. Perché da un po’ di tempo a questa parte la sto buttando sul discorso del fattore ambientale. Silvio vive dentro di me e me ne sto accorgendo solo ora. Ad ogni modo, cerco da un pò ti tempo di rifugiarmi dando la colpa o a quello che l’ambiente mi propone o a quello che vorrei ma che questo maledettissimo ambiente non è in grado di darmi. Se fossero vere queste condizioni dovrei ammettere: che io non sono fatto per determinati tipi di posti per cui, dopo un determinato periodo di sopravvivenza, sono costretto a darmela a gambe elevate. O, in alternativa, che o dei bisogni amorosi, delle necessità sentimentali che questo posto davvero non sembra essere in grado di esaudire. Sulla prima posso anche essere d’accordo, con un buon grado di serenità. Se, invece, fosse vera la seconda dovrei preoccuparmi. Se, poi, la prima e la seconda ipotesi fossero in qualche modo collegate allora si che dovrei ritenermi con un piede nella merda visto il tempo che mi resta da vivere quì e la mia non più giovine età. Risultato? Mi sento un bambino con scarsissime capacità relazionali, quasi sempre insoddisfatto. Alla ricerca di nuove conoscenze ma, nei fatti, poco aperto al confronto con esperienze davvero nuove. Insomma. Lascio passare le giornate, le settimane coprendomi dietro una routine quotidiana che mi affanna ma non mi spegne. Mi coinvolge ma non mi seduce mai del tutto. Così come per le amicizie che “questo posto” mi sta regalando. Contenitori senza peso, barattoli sparsi senza etichetta ma con una data di scadenza enorme, scritta a caratteri cubitali e bel leggibile anche per un miope di “vecchia data” (appunto) come me. E, intanto, le persone che hanno condito davvero la mia vita insaporendola sono via, fuori da qui. In un altro mondo. Magari staranno fronteggiando scelte difficili, grandi delusioni, nuovi sentimenti, emozioni inaspettate. A volte mi immagino di essere al loro fianco. Sai, un po’ come quando sei il primo che abbraccia l’amico che hanno appena proclamato col massimo dei voti In quell’abbraccio ubriacante e vigoroso ci si scambiano energie, c’è vigore. C’è una enorme voglia di vivere. Ma c’è anche passione, affetto, debito reciproco. Perché, prima di essere avvolto da quell’abbraccio, sei stato (anche se in una frazione di secondo) scelto, selezionato in quella moltitudine di persone accorse per celebrarti. Ecco, io è da un po’ che non mi sento più l’oggetto di quella bellissima scelta. Non mi sento più importante per nessuno che sia davvero importante per me. E la cosa, oltre a non piacermi, mi fa stare davvero male…
IL TEMPO MI FA MALE ALLE OSSA E AL CUORE....
Sto posto (che, detto per inciso, sarebbe Urbino) non solo quando nevica, ti mette un’ansia devastante. Oggi mi sono praticamente occupato solo della casa, dell’ordine, dell’auto. Il vicino mi ha letteralmente tirato fuori da questo muro di ghiaccio formatosi durante la notte e cementatosi con la neve del mattino. L’ordine. Ma quanto tempo della mia vita avrò già speso per fare ordine tra le cose che ho, che ho avuto, che vorrei. Tanto, tantissimo tempo rubato all’invenzione di qualcosa di nuovo, di radicalmente nuovo per me, nella mia vita. Allora ti rispondi che è tutta una questione di equilibrio. Non npe sei totalmente certo, quindi chiedi consiglio ad una persona amica che ti risponde che è tutta una fottuta questione di equilibrio. Ma, poi, penso. Se è tutta una questione di equilibrio tra elementi, variabili, questo approccio alla soluzione del problema non è, allo stesso tempo, l’espressione diversamente articolata della sua stessa causa. Per intenderci, il cazzo di equilibrio tra le cose non è, alla fine ma poi non tanto, solo un altro modo di programma le cose, archiviarle. Metterle di nuovo in fila, ma con una nuova etichetta?...Siamo al punto di partenza. Come si sconfigge la tendenza all’ordine nella testa di un ragazzo datato un quarto di secolo, proveniente dal sud e, per di più, da una famiglia che col suo lento disgregarsi non ha fatto altro che insegnargli a tenere tutte le cose unite. Le parti del corpo, con l’alimentazione. Le parti del cervello, senza fare uso di alcool o droghe. Le parti della mente con lo studio assennato e l’osservazione permanente di modelli virtuosi di comportamento. E così anche con tutte le parti che compongono la mia vita. Ovvero, i pezzi, le propaggini, i prolungamenti della mia insicurezza, della mia debolezza che si nasconde dietro un dito. Vestiti più o meno puliti e ordinasti per colore (non sono ancora arrivato a graduarli sulle sfumature di colore, spero di non arrivarci mai). La macchinina parcheggiata sempre in vista e ben pulita. Pulsioni maniacali alla pulizia di cui mi pento immediatamente come se fossi un ladro. Pulire nel cuore della notte. Fare tardi a un appuntamento (d’amicizia, d’amore, di lavoro) perché ci si è soffermati a pulire la tazza del cesso che mostrava puntini neri sul bordo e opacità al centro mai notate fino alla pisciatine notturna della giorno prima. Pulsioni irrefrenabili di cui riesco anche a ricostruire l’origine, di cui, alla fine, riesco a fornire anche un identikit completo. Con tanto di complessi edipici, traumi infantili, mancanze d’affetto, ossessioni e pulsioni. E ci mancherebbe altro. Sono o non sono un tipo fottutamente ordinato. Peggio di un marine a cui abbiamo insegnato a lucidarsi ogni mattina persino il buco del culo a comando.
Poi pensavo anche a sto posto e l’amore. Non ho quasi più niente da scoprire sulle possibilità di innamoramento che ti concede un posto del genere. Essì. Perché da un po’ di tempo a questa parte la sto buttando sul discorso del fattore ambientale. Silvio vive dentro di me e me ne sto accorgendo solo ora. Ad ogni modo, cerco da un pò ti tempo di rifugiarmi dando la colpa o a quello che l’ambiente mi propone o a quello che vorrei ma che questo maledettissimo ambiente non è in grado di darmi. Se fossero vere queste condizioni dovrei ammettere: che io non sono fatto per determinati tipi di posti per cui, dopo un determinato periodo di sopravvivenza, sono costretto a darmela a gambe elevate. O, in alternativa, che o dei bisogni amorosi, delle necessità sentimentali che questo posto davvero non sembra essere in grado di esaudire. Sulla prima posso anche essere d’accordo, con un buon grado di serenità. Se, invece, fosse vera la seconda dovrei preoccuparmi. Se, poi, la prima e la seconda ipotesi fossero in qualche modo collegate allora si che dovrei ritenermi con un piede nella merda visto il tempo che mi resta da vivere quì e la mia non più giovine età. Risultato? Mi sento un bambino con scarsissime capacità relazionali, quasi sempre insoddisfatto. Alla ricerca di nuove conoscenze ma, nei fatti, poco aperto al confronto con esperienze davvero nuove. Insomma. Lascio passare le giornate, le settimane coprendomi dietro una routine quotidiana che mi affanna ma non mi spegne. Mi coinvolge ma non mi seduce mai del tutto. Così come per le amicizie che “questo posto” mi sta regalando. Contenitori senza peso, barattoli sparsi senza etichetta ma con una data di scadenza enorme, scritta a caratteri cubitali e bel leggibile anche per un miope di “vecchia data” (appunto) come me. E, intanto, le persone che hanno condito davvero la mia vita insaporendola sono via, fuori da qui. In un altro mondo. Magari staranno fronteggiando scelte difficili, grandi delusioni, nuovi sentimenti, emozioni inaspettate. A volte mi immagino di essere al loro fianco. Sai, un po’ come quando sei il primo che abbraccia l’amico che hanno appena proclamato col massimo dei voti In quell’abbraccio ubriacante e vigoroso ci si scambiano energie, c’è vigore. C’è una enorme voglia di vivere. Ma c’è anche passione, affetto, debito reciproco. Perché, prima di essere avvolto da quell’abbraccio, sei stato (anche se in una frazione di secondo) scelto, selezionato in quella moltitudine di persone accorse per celebrarti. Ecco, io è da un po’ che non mi sento più l’oggetto di quella bellissima scelta. Non mi sento più importante per nessuno che sia davvero importante per me. E la cosa, oltre a non piacermi, mi fa stare davvero male…
Poi pensavo anche a sto posto e l’amore. Non ho quasi più niente da scoprire sulle possibilità di innamoramento che ti concede un posto del genere. Essì. Perché da un po’ di tempo a questa parte la sto buttando sul discorso del fattore ambientale. Silvio vive dentro di me e me ne sto accorgendo solo ora. Ad ogni modo, cerco da un pò ti tempo di rifugiarmi dando la colpa o a quello che l’ambiente mi propone o a quello che vorrei ma che questo maledettissimo ambiente non è in grado di darmi. Se fossero vere queste condizioni dovrei ammettere: che io non sono fatto per determinati tipi di posti per cui, dopo un determinato periodo di sopravvivenza, sono costretto a darmela a gambe elevate. O, in alternativa, che o dei bisogni amorosi, delle necessità sentimentali che questo posto davvero non sembra essere in grado di esaudire. Sulla prima posso anche essere d’accordo, con un buon grado di serenità. Se, invece, fosse vera la seconda dovrei preoccuparmi. Se, poi, la prima e la seconda ipotesi fossero in qualche modo collegate allora si che dovrei ritenermi con un piede nella merda visto il tempo che mi resta da vivere quì e la mia non più giovine età. Risultato? Mi sento un bambino con scarsissime capacità relazionali, quasi sempre insoddisfatto. Alla ricerca di nuove conoscenze ma, nei fatti, poco aperto al confronto con esperienze davvero nuove. Insomma. Lascio passare le giornate, le settimane coprendomi dietro una routine quotidiana che mi affanna ma non mi spegne. Mi coinvolge ma non mi seduce mai del tutto. Così come per le amicizie che “questo posto” mi sta regalando. Contenitori senza peso, barattoli sparsi senza etichetta ma con una data di scadenza enorme, scritta a caratteri cubitali e bel leggibile anche per un miope di “vecchia data” (appunto) come me. E, intanto, le persone che hanno condito davvero la mia vita insaporendola sono via, fuori da qui. In un altro mondo. Magari staranno fronteggiando scelte difficili, grandi delusioni, nuovi sentimenti, emozioni inaspettate. A volte mi immagino di essere al loro fianco. Sai, un po’ come quando sei il primo che abbraccia l’amico che hanno appena proclamato col massimo dei voti In quell’abbraccio ubriacante e vigoroso ci si scambiano energie, c’è vigore. C’è una enorme voglia di vivere. Ma c’è anche passione, affetto, debito reciproco. Perché, prima di essere avvolto da quell’abbraccio, sei stato (anche se in una frazione di secondo) scelto, selezionato in quella moltitudine di persone accorse per celebrarti. Ecco, io è da un po’ che non mi sento più l’oggetto di quella bellissima scelta. Non mi sento più importante per nessuno che sia davvero importante per me. E la cosa, oltre a non piacermi, mi fa stare davvero male…
Il wiki di Assange e il nanogiornalismo italiano...
Onestamente non mi sono interessato molto al caso di Wikileaks e alle rivelazioni di Assànge. Ne ho avuto notizia solo attraverso i tg nazionali e qualche articolo di giornale sparso qua e là. Ovviamente, così come tutte le notizie internazionali, anche questo caso è stato immediatamente tradotto nelle implicazioni che avrebbe potuto avere rispetto agli equilibri politici nazionali, ai timori di Frattini, agli ennesimi tentativi di minimizzare il tutto tipici di Berlusconi. Mi sono ritrovato di fronte lo stesso, stupido e miope atteggiamento che la stampa nazionale assume in occasione di qualsiasi evento di portata internazionale. Non so fuori dall’Italia come funzioni, ma, certamente non è intelligente né corretto riportare un evento sempre, immediatamente alla realtà locale cui, di fatto, esso appartiene solo lateralmente. Quando siamo impegnati in un fronte di guerra, si parla solo dei nostri morti ammazzati e mai di quelli di altri contingenti o dei civili (circa 10,000) morti innocenti sul fronte iraqueno. Quando c’è una catastrofe naturale, come lo Tsunami, si va immediatamente a cercare il morto italiano, si attiva il solito numero verde della Farnesina, l’unità di crisi, le compagnie aree, le carte d’imbarco. E così ci si dimentica del fatto in sé, delle implicazioni per le popolazioni locali, le epidemie, le famiglie distrutte, i bambini commerciati come carne da macello, le fosse comuni, l’orrore che noi tutti dovremo avere il diritto (ed il dovere) di provare di fronte ad avvenimenti raccontanti per intero, non a pezzi come di un libro stracciato. Ed il risultato più devastante è che la frustrazione, l’insofferenza diffusa verso certa informazione tarda pure ad imporsi nella società, tra la gente. Perché la conseguenza perversa di questo modo di concepire e di produrre notizie è che tutti ci ritroviamo a vivere in un mondo raccontatoci quotidianamente come positivo, senza disoccupazione, senza morti, senza crisi economiche planetarie, senza assassini, senza colpevoli. Un mondo di ovatta e garantismo, di narrazioni verosimili e ricostruzioni computerizzate. E lo si spaccia come un tentativo di coprire totalmente la realtà. Lo si trucca da giornalismo “all news”, ventiquattro ore su ventiquattro. E il travestimento, per molti, è perfettamente riuscito. Ecco. Di fronte alle rivelazioni di Wikileaks si possono sviluppare reazioni diverse, anche contrastanti. C’è chi tutela il segreto di stato, chi la delicatezza e la riservatezza di certe confessioni e relazioni internazionali. Chi, d’altra parte, si appella al diritto ad essere informati, alla libera circolazione di fatti e racconti. Io sono convinto che la reazione sdegnata della politica nei confronti dell’attività di un sito d’informazione sia la spia di una crisi di democrazia pienamente matura. I tentativi di minimizzare continuamente, applicati anche al caso Assange, rappresentano (questa è una mia sensazione) tentativi disperati di impedire che la verità di certi avvenimenti venga a galla. Tuttavia, una democrazia che si è sempre mantenuta grazie ad un meccanismo di bugia universale terribilmente preciso non è una vera democrazia. Quanto meno, è una democrazia zoppa, claudicante. La volontà di focalizzare l’attenzione dei media globali sulle vicende personali di Assànge ne è la riprova. Quel documentario che mi ha aperto gli occhi sulla vicenda (e che, com’è ovvio, va preso con le pinze) testimonia della volontà di un gruppo di persone di dire incondizionatamente, e a costo della loro stessa incolumità, la verità. Un po’ come fanno i bambini, questo gruppo di persone si è stancato di sentire bugie, di ingoiare mezze verità. E, per certi versi, sono stati mossi dalla stessa stanchezza mista a indignazione che oggi attraversa la vita (non solo da cittadino) di ognuno di noi. Dalle scelte politiche a quelle d’acquisto percepiamo come una realtà sempre più stringente, soffocante il fatto (oramai divenuto salda convinzione) che non ci venga detto tutto. E che quello che ci viene detto e, molto spesso, frutto di un riferimento ideologico-politico che non solo condiziona ma, almeno nel nostro paese, detta in prima persona le regole anche dell’agenda dell’informazione nazionale ed internazionale. In Italia si è detto poco o nulla a proposito delle torture ancora oggi perpetrate dai militari americani in Iraq e nei fronti di guerra in cui è impegnata. Si è detto poco o nulla sulle relazioni personali tra Berlusconi e Putin, Berlusconi ed i presidenti di Tunisia, Algeria, Libano ed Egitto. SI è saputo poco o nulla sui particolari legati alla soluzione della vicenda Alitalia che ha condotto alla costituzione di una cordata d’imprenditori italiani a capo di una nuova compagnia aerea. Cordata che, non si sa ancora bene come, ha messo improvvisamente fuori gioco AirFance. Si sa poco o nulla delle circostanza in cui è morto Matteo Miotto di soli 24 anni (io li ho superati poco tempo fa…)o, andando più indietro nella storia della guerra, di Nicola Calipari. Detto questo, io non guarderei con dispiacere a delle pesanti rivelazioni riguardanti l’Italia. Potrebbero farci da sveglia visto lo stato simil-comatoso in cui versiamo ormai da due anni. D’altra parte, temo che nemmeno questo possa essere capace di darci uno scossone. Abbiamo un sistema informativo che è legato alla politica in maniera viscerale. Per cui, il sistema non solo è ben oliato ma anche secolarizzato. Là dove Wikileaks è stata capace di modificare equilibri internazionali e politiche interne, in Italia passerà nei titoli di coda del Tg2 insieme all’ennesima bambina stuprata o scomparsa. Sono sinceramente stanco e mi sento estremamente frustrato nel non riuscire a trovare un modo alternativo, sano, autentico di conoscere quella enorme fetta di realtà che non posso toccare con la mia mano…
Richiesta ufficiale di pagamento borse di studio per tutti i dottorandi dal secondo anno in poi
All’attenzione della dott.ssa Simona Pigrucci
Dirigente Servizio Front Office
Io sottoscritto Mario Orefice, dottorando di ricerca ammesso al secondo anno del XXV ciclo di dottorato di ricerca in “Sociologia della Comunicazione e Scienze dello Spettacolo”, facendo da semplice cassa di risonanza per tutti i miei colleghi degli altri dipartimenti che, per questioni personali, familiari e/o di semplice sopravvivenza, dipendono in maniera sostanziale dal pagamento (prescritto ed impostato secondo cadenza mensile) della borsa di studio assegnataci a seguito della definizione (e successiva pubblicazione) di una graduatoria ufficiale di merito e spettanteci di diritto per tutto il periodo di svolgimento del dottorato. Chiedo, innanzitutto, che si valuti la decisione di accorpare (con l’ipotesi malsana di rimandare all’inizio dell’anno prossimo) i pagamenti previsti per il mese di novembre e/o dicembre come la precondizione per la nascita di uno stato di vera e propria emergenza per tutti quei colleghi la cui sopravvivenza dipende dal pagamento cadenzato della borsa di studio. Borsa che deve smettere di essere considerata come opzionale e, come tale, sacrificabile e/o elargibile a discrezione di chi è preposto all’espletamento di tali pagamenti. Per molti di noi la borsa di studio è, a tutti gli effetti, equiparabile ad uno stipendio. Per cui anche solo l’idea di effettuarne un pagamento variabile e discontinuo e/o sulla base di esigenze burocratiche/fiscali si configura come un’autentica aberrazione. Che, come tale, ci impedirebbe di svolgere anche le normali attività di studio, didattica e ricerca. D’altra parte, nel “Regolamento dei corsi di dottorato di ricerca presso L’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo (ai sensi dell’art. 4 della legge 3 luglio 1998, n.210)” non vi è, nello specifico, alcun riferimento alla presenza di una tempistica che regoli sia il passaggio dei candidati dal primo agli anni successivi sia, d’altra parte, la trasmissione all’ufficio amministrativo (e, dunque, alla ragioneria d’ateneo per la predisposizione dei pagamenti) dell’avvenuta ammissione/non ammissione dei dottorandi espressa dal collegio docenti dei Dipartimenti cui i vari dottorandi fanno abitualmente riferimento. Le uniche scadenze esplicitate si riferiscono alla valutazione dei dottorandi prossimi alla conclusione del proprio ciclo, ovvero, alla discussione della tesi di dottorato (si veda l’art. 8 del presente regolamento ai commi 3 e 4). Dato quanto detto fin qui, si richiede nell’immediato:
- una regolarizzazione dei pagamenti delle borse di studio per tutti i dottorandi che, come me, stanno affrontando il passaggio dal primo al secondo anno. Una regolarizzazione che tenga conto sia dei rischi e dei disagi economici ed esistenziali conseguenti il mancato pagamento per tutti quei dottorandi che hanno potuto contare sin dall’inizio su di un pagamento a cadenza mensile e, d’altra parte, della necessità (non rappresentante certo una questione di sopravvivenza, ma, per questo non meno degna di immediate azioni di riforma!) di modificare un regolamento che, non solo riguardo il nodo oggetto della presente comunicazione, sembra mostrare il fianco a ben più di semplici ed isolate obiezioni.
Cordiali saluti,
Mario Orefice
Dirigente Servizio Front Office
Io sottoscritto Mario Orefice, dottorando di ricerca ammesso al secondo anno del XXV ciclo di dottorato di ricerca in “Sociologia della Comunicazione e Scienze dello Spettacolo”, facendo da semplice cassa di risonanza per tutti i miei colleghi degli altri dipartimenti che, per questioni personali, familiari e/o di semplice sopravvivenza, dipendono in maniera sostanziale dal pagamento (prescritto ed impostato secondo cadenza mensile) della borsa di studio assegnataci a seguito della definizione (e successiva pubblicazione) di una graduatoria ufficiale di merito e spettanteci di diritto per tutto il periodo di svolgimento del dottorato. Chiedo, innanzitutto, che si valuti la decisione di accorpare (con l’ipotesi malsana di rimandare all’inizio dell’anno prossimo) i pagamenti previsti per il mese di novembre e/o dicembre come la precondizione per la nascita di uno stato di vera e propria emergenza per tutti quei colleghi la cui sopravvivenza dipende dal pagamento cadenzato della borsa di studio. Borsa che deve smettere di essere considerata come opzionale e, come tale, sacrificabile e/o elargibile a discrezione di chi è preposto all’espletamento di tali pagamenti. Per molti di noi la borsa di studio è, a tutti gli effetti, equiparabile ad uno stipendio. Per cui anche solo l’idea di effettuarne un pagamento variabile e discontinuo e/o sulla base di esigenze burocratiche/fiscali si configura come un’autentica aberrazione. Che, come tale, ci impedirebbe di svolgere anche le normali attività di studio, didattica e ricerca. D’altra parte, nel “Regolamento dei corsi di dottorato di ricerca presso L’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo (ai sensi dell’art. 4 della legge 3 luglio 1998, n.210)” non vi è, nello specifico, alcun riferimento alla presenza di una tempistica che regoli sia il passaggio dei candidati dal primo agli anni successivi sia, d’altra parte, la trasmissione all’ufficio amministrativo (e, dunque, alla ragioneria d’ateneo per la predisposizione dei pagamenti) dell’avvenuta ammissione/non ammissione dei dottorandi espressa dal collegio docenti dei Dipartimenti cui i vari dottorandi fanno abitualmente riferimento. Le uniche scadenze esplicitate si riferiscono alla valutazione dei dottorandi prossimi alla conclusione del proprio ciclo, ovvero, alla discussione della tesi di dottorato (si veda l’art. 8 del presente regolamento ai commi 3 e 4). Dato quanto detto fin qui, si richiede nell’immediato:
- una regolarizzazione dei pagamenti delle borse di studio per tutti i dottorandi che, come me, stanno affrontando il passaggio dal primo al secondo anno. Una regolarizzazione che tenga conto sia dei rischi e dei disagi economici ed esistenziali conseguenti il mancato pagamento per tutti quei dottorandi che hanno potuto contare sin dall’inizio su di un pagamento a cadenza mensile e, d’altra parte, della necessità (non rappresentante certo una questione di sopravvivenza, ma, per questo non meno degna di immediate azioni di riforma!) di modificare un regolamento che, non solo riguardo il nodo oggetto della presente comunicazione, sembra mostrare il fianco a ben più di semplici ed isolate obiezioni.
Cordiali saluti,
Mario Orefice
Ricognizione della nottata televisiva e qualche consapevolezza datati 17/10/2010
Oggi mi sono svegliato con ancora in testa le parole e le facce dei programmi televisivi della sera prima. Mi è passato per un attimo davanti agli occhi la faccia di Sallusti (che, per associazione simbolica, mi ricorda un pò quella di Gasparri, anche lui presente!) a Ballarò che cerca, con una caparbietà ammirevole, di difendere in tutti i modi il suo editore. Lo ricordo piegato tra le spalle, curvo, ma, estremamente pungente nei commenti ai temi del dibattito. Abbiamo accumulato ormai una conoscenza profonda di questa classe di buffoni di corte che fanno di tutto per restare schiavi-dipendenti di un padrone. C’è chi il potere soffocante lo respinge. Chi, al contrario, quell’aria la respira a pieni polmoni. E credendo di trarne degli effetti venefici, salutari. Ricordo l’immagine di una sinistra (sempre a Ballarò) stanca, confusa ed un po’ urlatrice. Non voglio pensare che quel ritorno alla “giusta alternanza” tra le parti, che ci auspica negli ultimi tempi, si concretizzi solo sul piano dello stile politico. E’ certamente vero che la stanchezza e l’estenuazione portano con sé reazioni e comportamento assimilabili a quelli di una certa parte politica. Ma la sinistra non deve mai dimenticarsi che le frasi urlate, l’innalzamento indiscriminato dei toni per azzittire, l’illustrazione di contro-argomentazioni che contengono al loro interno sempre, comunque un attacco diretto alla vita personale degli avversari-bersaglio. Ecco, tutte queste cose lasciamo che tramontino con i loro principali esponenti. La ri-strutturazione di un principio di alternanza tra le parti necessità, come sua imprescindibile pre-condizione, di un accordo di tipo culturale (linguistico, semantico e, in parte, simbolico) tra i contendenti politici. Procedendo nei ricordi della serata televisiva, mi imbatto (mio malgrado) nella puntata di Matrix intitolata “mondo porno”. La puntata ruotava, sostanzialmente, intorno ad un caso giudiziario che, nei giorni scorsi, aveva coinvolto direttamente una famosa pornodiva. La quale ha dovuto scontare anche una pena di alcuni giorni di carcere. E’ stato proprio lì che ho capito che tutta la macchinazione finalizzata alla costruzione di programmi che ci trasportino letteralmente fuori dalla realtà è, in buona sostanza, un enorme sistema razionale che cura fin nei minimi dettagli il confezionamento di programmucci ad hoc per attirare l’attenzione di un pubblico lobotomizzato, disattivato nelle funzioni biologiche e cerebrali. In quei continui riferimenti, diretti ed indiretti, alla sessualità. Alle capacità prestazionali del maschio, alle proprietà seduttive della donna moderna post-capitalista. Alla necessità o meno di impartire lezioni di sesso agli adolescenti, nei licei. Senza rendersi conto che quel programma rappresenta l’ennesimo passo in avanti in quell’incessante processo di devastazione dei corpi e delle coscienze, condotto soprattutto ai danni degli adolescenti, dei più giovani. Razionalizzare in una discussione televisiva un tema così delicato come la scoperta del proprio corpo, la costruzione di bisogni relazionali ed affettivi è un po’ come distruggere tutto questo, annientarlo, svalutarlo. A fare da co-autori di questa immensa devastazione psichica c’erano, tra i vari attori porno (forse, gli unici ancora vagamente innocenti rispetto a questa opera di demolizione pre-programmata), Sgarbi e lo psicologo nazional-popolare di turno e l’autore di un libro, una sorta di “viaggio nel mondo del sesso” in cui, udite spettatori, lo scrittore rivela l’esistenza e la frequentazione diffusa di locali hard, privè e strip club in tutto il territorio nazionale. Incredibile. Raccapricciante, invece, la leggerezza con cui tutto questo è ancora ed ancora detto, o meglio, sbattuto in faccia al pubblico. Senza cura e rispetto non solo verso i più giovani (cui, con queste uscite di pessimo gusto, non si fa altro che sottrarre spazi di libertà, auto-determinazione ed imprevisto che connotano, da sempre, esperienze personalissime come l’approccio al sesso ed alle dinamiche relazionali, ecc…). Leggerezza, come è ovvio, anche nel non tenere nella ben che minima considerazione il fatto che il resto del paese sta andando da tutt’altra parte. E non voglio parlare della solita fra setta “dobbiamo interessarci alle cose della gente”, quella preferisco lasciarla agli esponenti del centro-sinistra. Parlo della necessità reale di una rivoluzione culturale che sia capace di cambiare, da subito, le condizioni materiali dell’esistenza di tutti. E, solo dopo, sarà in grado di implementare anche il cambiamento dei mezzi d’informazione. La crisi non è né nata dentro la televisione né, allo stesso modo, possiamo pensare che venga risolta da un mezzo. Che per quanto gestito, lottizzato, contrattato, abusato, resta pur sempre uno strumento di trasmissione. Sono pienamente d’accordo con una mia collega quando afferma che la politica è, in qualche modo, parte di un dominio culturale. La cultura (i comportamenti quotidiani, il rispetto delle regole di convivenza civile, le abitudini di vita e di consumo) rappresenta la premessa fondamentale per la costruzione ed il governo sano, giusto ed equilibrato delle istituzioni. Di questo paese come di tutti gli altri. Ad ogni modo, la serata si è conclusa con la più bella delle sorprese: una incredibile intervista di Serena Dandini all’ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Oltre ad essere stato uno di quelli che ha combattuto la seconda guerra, a contribuire alla ricostruzione della democrazia di un paese devastato dalla guerra, a vivere una brillante carriera politica. Scopro, nel corso di un dialogo pacato e commovente con la conduttrice di “Parla con me”, che Ciampi è stato un insegnante. Ecco, quel dato mi mancava. E mi è servito non solo per capire meglio la persona (di cui pure ho avuto esperienza dato che ero alla fine dell’adolescenza nel corso del suo ultimo mandato), ma, per comprendere meglio il significato della sua condotta politica e, cosa non meno importante, delle sue parole. In modo particolare, mi ha colpito la lucidità con cui l’ex presidente istituiva una precisa connessione tra il possesso di cultura, la crescita personale e la costruzione di una solida coscienza politica (e di un senso delle istituzioni). “La scuola ai miei tempi- ricordo ancora le parole- non era un luogo in cui si apprendevano semplicemente nozioni. Quella scuola che ricordo io, fatta di dialogo e di confronto, era un posto in cui si cresceva come studenti, ma, soprattutto come persone”. A questo punto, sarebbe bello se questa missione educativa e (ri)formatrice (delle coscienze, delle relazioni, dei processi mentali) divenisse parte integrante dei massimi obiettivi di uno stato e di una società così martoriati.
Riflessioni libere sulla vicenda di Paola Caruso
Stavo pensando alla storia di Paola Caruso, la giornalista precaria del Corriere della Sera (redazione economia) che ormai da quattro giorni porta avanti uno sciopero della fame in segno di protesta per la sua condizione e, in particolar modo, dopo essersi vista “scavalcare” da un ragazzo più giovane di lei che, appena uscito da una scuola di giornalismo di Milano, è entrato al Corriere occupando un posto che Paola riteneva suo di diritto. Ho letto alcune cose sulla vicenda ed ho sviluppato una serie di idee sulla questione che vorrei condividere con voi.
- Ritenere, come ha affermato la stessa ragazza precaria (perché di una ragazza di quasi trent’anni si sta parlando) che dopo sette anni di gavetta era giunto il suo momento mi sembra un atto quanto meno presuntuoso. Confondere le rivendicazioni di una intera generazione di precari con il diritto ad occupare un posto liberato da un giornalista in pensione è, allo stesso modo, ingiusto, presuntuoso ed avventato;
- Avviare uno sciopero della fame, alimentando una forma di protesta certamente clamorosa non fa per niente bene all’immagine pubblica di questa massa di precari. Sempre rappresentati come meritevoli, intelligenti ed assolutamente disperati, pronti a tutto. Non mi sembra questo il modo di risolvere le cose, portandole nella dimensione più ortodossa, violenta ed estrema possibile. Evitiamo di renderci co-protagonisti di questo enorme processo di devastazione dei principi democratici su cui dovrebbe reggersi la società, così, come il mercato del lavoro che ne rappresenta una costola fondamentale. In fondo, non era proprio questo “esercito” di giovani e meno giovani disincanti e disillusi sul loro futuro che da sempre ha provato a battersi per un mondo diverso, migliore di quello attuale?;
- C’è una certa uniformità di pensiero ed azione all’interno di alcuni siti di social network che, in certi casi, alimentano un meccanismo di amplificazione ingiustificata delle notizie e dei fatti che vi trovano ospitalità. “Il popolo di Facebook” prima (terribile espressione), i blogger e Friendfeed dopo, hanno permesso all’ennesima precaria di questo mondo di guadagnare immediatamente in fama e notorietà. Perché? La ragazza sapeva e sa benissimo di ritrovare in queste piattaforme di socializzazione un “pubblico amico”, che vive spesso la sua condizione (magari in altri settori lavorativi) e, così, la pubblicizzazione di un gesto estremo si è imposto come il fatto principale degli ultimi quattro giorni. E lo è diventato con una rapidità ed una penetrazione on line che solo la solida “compattezza di classe (degli utenti di Sns)” avrebbe potuto garantirle. Per cui, quando P.C sostiene pubblicamente che il “popolo della rete” è con lei, parla di una classe di utenti interoconnessi a causa delle medesime condizioni di vita e, dunque, degli stessi sentimenti. Sentimenti che, in casi come questo, potrebbero prendere facilmente il sopravvento e portare un po’ tutti a solidarizzare del tutto con la ragazza (anche con gesti/toni/iniziative clamorose) senza considerare, ad esempio, che se Paola avesse ottenuto il suo posto nella redazione del Corriere della Sera, difficilmente avrebbe deciso di rinunciare al suo bel desk per unirsi e, magari, avviare una protesta nazionale in difesa dei diritti dei giovani lavoratori precari. Se lo avesse fatto, sarebbe stata degna di nota e notorietà:
- Se penso al modo in cui si comporta la classe dei blogger più noti, non posso non ravvisare il fatto che questi soggetti hanno oramai formato una solida casta borghesi di autori più o meno autorevoli. Per cui, per ottenere considerazione e spazio tra le loro pagine devi: essere oggetto di un fatto/avvenimento di cronaca davvero rilevante o, in alternativa, essere uno che scrive da anni ed anni e/o essere un loro amico. Per cui, anche qui, proviamo a rinunciare ai toni entusiastici così come a millantare la presenza di masse di cittadini liberi che scrivono, pensano, appoggiano. La “casta” dei blogger nel nostro paese, rappresenta una classe di potere capace di settare l’agenda dei temi rilevanti per la rete. E lo fa, né più né meno che come avviene con gli editori della vita off line. Per cui, mi domando: dove sono i grandi numeri che sostengono Paola?, ma, anche: dove sono finite la libertà di giudizio ed espressione che si ritenevano strutturalmente legate all’avvento della rete? Non è che ci siamo nutriti un po’ tutti (fino ad oggi) solo di una grossa illusione di massa?
- In fine, credo ci siano ben altri modi di risolvere una questione che, ad oggi, rappresenta la condizione di (non)vita di milioni e milioni di persone, anche più anziane e con più anni di precariato alle spalle di quanti ne abbia Paola. Se decidere di smettere di nutrirsi sembra, quanto meno alla ragazza, l’idea migliore per risolvere un problema congenito del mercato del lavoro, le questioni sono due: o la ragazza è così ingenua da credere che un gesto di disperazione possa risolvere le cose (se si batte per una classe di milioni di persone), o in alternativa, è così frustrata dall’idea di essere stata sorpassata da un collega (che, per quanto giovane, aveva ed ha tutto il diritto di essere assunto o sottoposto a una qualsiasi forma di assunzione contrattualizzata) che le ha soffiato il posto da ritenere il digiuno la forma migliore di farsi rispettare ed imporre all’attenzione “pubblica” il proprio caso:
- Poi ci si lamenta dei posti “riservati” alle persone solo sulla base di criteri di anzianità che sembrano valere ancora ed esclusivamente nel nostro paese. Che ci sia bisogno di aspettare che il collega più anziano vada in pensione per occuparne il posto rappresenta un meccanismo distorto, sbagliato. E mi sembra di capire che questa giovane precaria si batta più per la fluidificazione di un meccanismo distorto, ingiusto e sbagliato che per una autentica rivendicazione dei diritti di una classe senza futuro. Sarei quasi tentato di sostenere che questi gesti, queste persone, queste parole non fanno altro che rendere tutti noi (giovani precari) niente altro che tenera carne da macello per chi voglia comprarci, prometterci successo, illuderci di fare carriera. E se ciò non accade? Allora basta battere i piedi, salire sui tetti, pubblicare le foto della propria “pesata “ quotidiana per dimostrare un costante calo di peso per allarmare tutti, creare il caso, risolverlo con “l’intervento straordinario”. E poi? Toccherà al nuovo precario di turno trovare un modo alternativo di diventare famoso, star (o starletta) di una massa informe di poveri. Flessibili che lottano contro il proprio capo tutti i santi giorni. E che tutti i giorni cercano di fare bene il proprio lavoro per sperare (non pretendere) di migliorare la propria condizione lavorativa e, con essa, anche la propria esistenza (individuale e di coppia). Paola avrebbe dovuto pensare che è già stata molto fortunata ad essere entrata nella redazione di un quotidiano nazionale di questa portata prima che la crisi del giornalismo scoppiasse con tale e tanta violenza da decimare redazioni, giornali e posti di lavoro. Avrebbe dovuto pensare che nelle redazioni dei giornali (specie quelli importanti) ci sono gerarchie durissime, principi di cooptazione ed anzianità solidissimi (non lo scopriamo oggi, grazie a Paola, come funziona il mondo-casta del giornalismo). Avrebbe dovuto riflettere sul fatto che sette anni di gavetta non sono certo pochi, ma, nemmeno tanti. Paola avrebbe dovuto pensare a quei precari che cambiano lavoro ogni sei mesi e fino a cinquant’anni. Che sono costretti a re-inventare continuamente la propria professionalità, la propria personalità. La propria vita. Paola Caruso avrebbe dovuto pensare meno a se stessa, in nome del rispetto della dignità e della compostezza con cui decine di migliaia di persone (operai, lavoratori di call center, metalmeccanici, co.co.co, stagisti, ricercatori, precari della scuola, dell’università, della fabbrica) portano avanti, con coraggio ed umiltà (e, spesso, continuando a lavorare per sopravvivere e far vivere!), una vera e propria lotta quotidiana per garantirsi un futuro umano, libero da pressioni e scadenze. Nell’ombra e nel silenzio generale.
- Ritenere, come ha affermato la stessa ragazza precaria (perché di una ragazza di quasi trent’anni si sta parlando) che dopo sette anni di gavetta era giunto il suo momento mi sembra un atto quanto meno presuntuoso. Confondere le rivendicazioni di una intera generazione di precari con il diritto ad occupare un posto liberato da un giornalista in pensione è, allo stesso modo, ingiusto, presuntuoso ed avventato;
- Avviare uno sciopero della fame, alimentando una forma di protesta certamente clamorosa non fa per niente bene all’immagine pubblica di questa massa di precari. Sempre rappresentati come meritevoli, intelligenti ed assolutamente disperati, pronti a tutto. Non mi sembra questo il modo di risolvere le cose, portandole nella dimensione più ortodossa, violenta ed estrema possibile. Evitiamo di renderci co-protagonisti di questo enorme processo di devastazione dei principi democratici su cui dovrebbe reggersi la società, così, come il mercato del lavoro che ne rappresenta una costola fondamentale. In fondo, non era proprio questo “esercito” di giovani e meno giovani disincanti e disillusi sul loro futuro che da sempre ha provato a battersi per un mondo diverso, migliore di quello attuale?;
- C’è una certa uniformità di pensiero ed azione all’interno di alcuni siti di social network che, in certi casi, alimentano un meccanismo di amplificazione ingiustificata delle notizie e dei fatti che vi trovano ospitalità. “Il popolo di Facebook” prima (terribile espressione), i blogger e Friendfeed dopo, hanno permesso all’ennesima precaria di questo mondo di guadagnare immediatamente in fama e notorietà. Perché? La ragazza sapeva e sa benissimo di ritrovare in queste piattaforme di socializzazione un “pubblico amico”, che vive spesso la sua condizione (magari in altri settori lavorativi) e, così, la pubblicizzazione di un gesto estremo si è imposto come il fatto principale degli ultimi quattro giorni. E lo è diventato con una rapidità ed una penetrazione on line che solo la solida “compattezza di classe (degli utenti di Sns)” avrebbe potuto garantirle. Per cui, quando P.C sostiene pubblicamente che il “popolo della rete” è con lei, parla di una classe di utenti interoconnessi a causa delle medesime condizioni di vita e, dunque, degli stessi sentimenti. Sentimenti che, in casi come questo, potrebbero prendere facilmente il sopravvento e portare un po’ tutti a solidarizzare del tutto con la ragazza (anche con gesti/toni/iniziative clamorose) senza considerare, ad esempio, che se Paola avesse ottenuto il suo posto nella redazione del Corriere della Sera, difficilmente avrebbe deciso di rinunciare al suo bel desk per unirsi e, magari, avviare una protesta nazionale in difesa dei diritti dei giovani lavoratori precari. Se lo avesse fatto, sarebbe stata degna di nota e notorietà:
- Se penso al modo in cui si comporta la classe dei blogger più noti, non posso non ravvisare il fatto che questi soggetti hanno oramai formato una solida casta borghesi di autori più o meno autorevoli. Per cui, per ottenere considerazione e spazio tra le loro pagine devi: essere oggetto di un fatto/avvenimento di cronaca davvero rilevante o, in alternativa, essere uno che scrive da anni ed anni e/o essere un loro amico. Per cui, anche qui, proviamo a rinunciare ai toni entusiastici così come a millantare la presenza di masse di cittadini liberi che scrivono, pensano, appoggiano. La “casta” dei blogger nel nostro paese, rappresenta una classe di potere capace di settare l’agenda dei temi rilevanti per la rete. E lo fa, né più né meno che come avviene con gli editori della vita off line. Per cui, mi domando: dove sono i grandi numeri che sostengono Paola?, ma, anche: dove sono finite la libertà di giudizio ed espressione che si ritenevano strutturalmente legate all’avvento della rete? Non è che ci siamo nutriti un po’ tutti (fino ad oggi) solo di una grossa illusione di massa?
- In fine, credo ci siano ben altri modi di risolvere una questione che, ad oggi, rappresenta la condizione di (non)vita di milioni e milioni di persone, anche più anziane e con più anni di precariato alle spalle di quanti ne abbia Paola. Se decidere di smettere di nutrirsi sembra, quanto meno alla ragazza, l’idea migliore per risolvere un problema congenito del mercato del lavoro, le questioni sono due: o la ragazza è così ingenua da credere che un gesto di disperazione possa risolvere le cose (se si batte per una classe di milioni di persone), o in alternativa, è così frustrata dall’idea di essere stata sorpassata da un collega (che, per quanto giovane, aveva ed ha tutto il diritto di essere assunto o sottoposto a una qualsiasi forma di assunzione contrattualizzata) che le ha soffiato il posto da ritenere il digiuno la forma migliore di farsi rispettare ed imporre all’attenzione “pubblica” il proprio caso:
- Poi ci si lamenta dei posti “riservati” alle persone solo sulla base di criteri di anzianità che sembrano valere ancora ed esclusivamente nel nostro paese. Che ci sia bisogno di aspettare che il collega più anziano vada in pensione per occuparne il posto rappresenta un meccanismo distorto, sbagliato. E mi sembra di capire che questa giovane precaria si batta più per la fluidificazione di un meccanismo distorto, ingiusto e sbagliato che per una autentica rivendicazione dei diritti di una classe senza futuro. Sarei quasi tentato di sostenere che questi gesti, queste persone, queste parole non fanno altro che rendere tutti noi (giovani precari) niente altro che tenera carne da macello per chi voglia comprarci, prometterci successo, illuderci di fare carriera. E se ciò non accade? Allora basta battere i piedi, salire sui tetti, pubblicare le foto della propria “pesata “ quotidiana per dimostrare un costante calo di peso per allarmare tutti, creare il caso, risolverlo con “l’intervento straordinario”. E poi? Toccherà al nuovo precario di turno trovare un modo alternativo di diventare famoso, star (o starletta) di una massa informe di poveri. Flessibili che lottano contro il proprio capo tutti i santi giorni. E che tutti i giorni cercano di fare bene il proprio lavoro per sperare (non pretendere) di migliorare la propria condizione lavorativa e, con essa, anche la propria esistenza (individuale e di coppia). Paola avrebbe dovuto pensare che è già stata molto fortunata ad essere entrata nella redazione di un quotidiano nazionale di questa portata prima che la crisi del giornalismo scoppiasse con tale e tanta violenza da decimare redazioni, giornali e posti di lavoro. Avrebbe dovuto pensare che nelle redazioni dei giornali (specie quelli importanti) ci sono gerarchie durissime, principi di cooptazione ed anzianità solidissimi (non lo scopriamo oggi, grazie a Paola, come funziona il mondo-casta del giornalismo). Avrebbe dovuto riflettere sul fatto che sette anni di gavetta non sono certo pochi, ma, nemmeno tanti. Paola avrebbe dovuto pensare a quei precari che cambiano lavoro ogni sei mesi e fino a cinquant’anni. Che sono costretti a re-inventare continuamente la propria professionalità, la propria personalità. La propria vita. Paola Caruso avrebbe dovuto pensare meno a se stessa, in nome del rispetto della dignità e della compostezza con cui decine di migliaia di persone (operai, lavoratori di call center, metalmeccanici, co.co.co, stagisti, ricercatori, precari della scuola, dell’università, della fabbrica) portano avanti, con coraggio ed umiltà (e, spesso, continuando a lavorare per sopravvivere e far vivere!), una vera e propria lotta quotidiana per garantirsi un futuro umano, libero da pressioni e scadenze. Nell’ombra e nel silenzio generale.
Una realtà è possibile (forse!).....
Sarà perché mi è sempre stato insegnato che la mediazione per raggiungere un compromesso dovrebbe rappresentare un obiettivo desiderabile in una discussione, in uno scontro più o meno acceso con un collega piuttosto che con un qualunque passante, per strada. Si sa come vanno queste cose, di solito. Quando sei piccolo ti scontri (e ti scotti) con la realtà del tuo comportamento ancora grezzo, privo di diplomazia. Le prime grandi delusioni, i primi scontri che rompono definitivamente amori ed amicizie. Così, nel giro di poco tempo ti ritrovi a fare i conti con la solitudine, la frustrazione, la scarsa capacità di farsi capire, comprendere. E pensi sia tutta colpa di chi ti sta intorno. Sbagliato anche questo. Ognuno è, in un modo o nell’altro, il prodotto degli stimoli e delle esperienze di vita che lo attraversano e che non proprio sempre desideriamo e/o possiamo controllare. Le strade che si prospettano di fronte a noi, a seguito del parziale fallimento prodotto dal nostro comportamento, sono due: radicalizzare quel comportamento grezzo, duro e severo verso gli altri e verso se stessi, oppure, decidere di dare un taglio col passato ed incominciare a considerare gli altri (e se stessi) con maggiore serietà e dignità. Ecco, oggi penso (e sono assolutamente convinto) che si stia assistendo ad un vero e proprio regresso in questo senso. E certamente non bisogna essere degli acuti osservatori (o dei ricercatori) per accorgersene. Lo noto nella mia quotidianità, nel comportamento delle persone che mi circondano più o meno casualmente. Lo noto nel tono dei dibattiti politici che ritrovano una puntuale eco tra giornali, tg e programmi di approfondimento. C’è sempre, in ognuno di questi contesti di vita, un enorme semplificazione dei termini del dialogo ed ampio spazio è lasciato allo scontro, all’accavallamento di voci, all’aggressione quasi fisica. Sembriamo bambini impacciati che, per farsi notare dagli altri, piangono e battono i piedi per terra quasi disperatamente. Questa stessa disperazione la vedo negli occhi e nei comportamenti di politici e presentatori tv. La ricerca quasi spasmodica e masochistica della violenza. Violenza di linguaggio, di oggetti di consumo, di comportamento, dei simboli. E la cosa più orribile di tutto questo e che respirare continuamente questo clima saturo di cattiveria, di scontro senza limiti ha sporcato non solo il dibattito pubblico, ma, anche l’anima (e la coscienza) di tutti coloro che vi assistono, vi vivono e vi prendono parte. Non potrò mai togliermi di dosso l’odore (meglio, la puzza) degli scontri tra i miei genitori poco prima che si separassero. Erano giornate, settimane, mesi in cui inalare costantemente stress, tensione nell’aria ti portava ad alienarti quasi completamente dal resto del mondo, svuotandoti di tutto ed agendo dall’interno. La violenza ti penetra e ti ripulisce di qualsiasi tratto di vivacità. Se pensiamo di poter adottare anche per l’analisi dei comportamenti sociali questa metafora biologica, allora, siamo capaci di fare un piccolo passo in avanti nella conoscenza di quello che sta succedendo attorno a noi spettatori passivi di questo sfascio. La polarizzazione estrema delle idee domina i salotti televisivi. Stragi, abusi, accessi indiscriminati alla vita personale di personaggi balzati all’attenzione pubblica come “mostro”, “terribile orco”, o, al contraio, “eroe”, “simbolo”, “icona”. Ma cosa si intende dire quando si usano con una straordinaria frequenza termini di questo tipo? Non si pratica una violenza semantica che confonde tutti e, anzi, punta sulla confusione per rimestare le acque e, nel frattempo, alimentare gli interessi di qualche magnate delle comunicazioni. Il quale ha ben compreso che sviluppando un meccanismo su grande scala per la produzione sistematica di oggetti culturali (testi, storie, notizie giornalistiche, ecc..) violenti e destinati ad una fruizione passiva di massa non fa altro che velocizzare quel processo che svuota il pubblico della anche minima voglia di reagire col pensiero razionale agli abusi che vengono giornalmente perpetrati a danno della sua mente. Non ce ne stiamo ancora accorgendo, ma, tutto questo ci sta uccidendo da dentro. Ci stanca, e sfibrandoci si impossessa di noi, ottenendo un’approvazione assolutamente priva di ostacoli. Un vero e proprio investimento sull’assuefazione di massa attraverso l’abominio delle comunicazioni. Un investimento con pochi rischi e strutturato sulla diffusione virale di rabbia, dialettiche accese che confondono i campi istituzionali e, con essi, la mente delle persone. Lo stordimento che anticipa la morte. Detto ciò, voglio esprimere il mio odio più profondo e maturo verso i continui attacchi all’intelligenza delle persone portati avanti da un sistema di cose (media, politici, comunicazioni di massa) che non ha mai smesso di considerare l’essere umano niente più e niente di meno come una risorsa strategica. Insomma, poco più di quello che rappresenta un pieno di diesel per un autovettura. Carburante che, una volta consumato, permette al sistema di muoversi e, così, di restare in vita. Dunque, sono stanco di fare da carburante a qualcuno. O anche solo di essere considerato così. D’altra parte, auspico che questa condizione di malcontento giunga ad un livello di devastazione delle coscienze tale da riuscire ad alimentare la diffusione di una comune necessità di cambiamento. Ma, dall’altr parte, penso che il livello di addormentamento sia tale che ci vorrà probabilmente ben altro (e di peggio) per risvegliare le famose “coscienze sopite”. In fine, quest’approccio violento all’esistenza, prima che ci conduca ad una crisi di nervi, dovrà essere immediatamente rimpiazzato dalla ricostruzione dei termini del dibattito. Pubblico e privato. Il che sarà impossibile da realizzare finchè avremo di fronte, sul palco e nello schermo, le stesse inutili persone che hanno tentato di ridimensionarci. Bah, l’unica cosa che viene da pensare è molto vicina alla rivoluzione. Anzi, rileggendomi sembro una specie di rivoluzionario neo-comunista post-democratico. In realtà, ho fatto riferimento esclusivamente alla mia anima, ai miei pensieri. Perché penso che qualcuno prima di me sia vissuto in una società che, in qualche modo, era migliore, più sana. E, in ultima analisi, perché credo ancora nel potere e nell’inevitabilità dei principi universali che regolano il vivere quotidiano (la libertà di parola ed espressione, il diritto alla privacy, l’autonomia degli organi istituzionali, il rispetto e la concordia tra le persone, ecc…). Principi che ritengo ancora più importanti di maggioranze ed opposizioni, colori politici, alleanze politiche ed orgie partitiche, destra e sinistra. Smettiamola di desiderare con un’ansia che non riusciamo nemmeno più a spiegarci che ci investa un’altra Avetrana, plastici di case e garage, giudizi affrettati e scandali. Usciamo da una dimensione della realtà per sviluppare finalmente uno sguardo che abbracci e comprenda tutto il resto. Facciamolo in modo sereno, ragionato, profondo.
U2, Torino....quante emozioni!!.....
Ma secondo voi cosa si può provare alla visione di un gigantesco polipo, alto circa cinquanta metri, capace di sovrastare la struttura di uno stadio che, per quanto alta, sembra una costola di quella enorme impalcatura. Si, era una specie di grosso polipo piantato su quattro gambe altissime e completamente foderate di casse. In quel palco c’erano casse di dimensioni e forme che non avevo mai visto in vita mia. Uno spettacolo totale, un sound 5.1, un’esplosione di polifonie. Incredibile. Io e mio fratello eravamo in curva Sud, dalla quale potevamo vedere tutta la passerella che avrebbe condotto Adam, Larry, Bono ed Edge dritti dritti al palco. Palco?....diciamo all’installazione, anche se mi sembra ancora riduttivo. Quella specie di retro-palco, fino all’arrivo della band, era attraversato da una vera e propria marea multicolore di operai, tecnici, guardie di sicurezza, polizia, carabinieri, croce rossa, pompieri. Da questo enorme e frenetico andirivieni si riusciva a carpire la sensazione netta che qualcosa di unico stava per accadere sotto i nostri occhi. L’altro elemento in grado di restituire la stessa sensazione era il fischio incessante di macchine e camionette delle forze dell’ordine che, sin dalle prime ore del giorno, hanno iniziato a strombazzare a tutta velocità proprio sotto il nostro albergo. Poco distante dallo stadio Olimpico. Una intera città mobilitata, trasporti e mezzi pubblici canalizzati per una giornata. Percorsi stradali bloccati e deviati, tendopoli allestite al momento, pranzi improvvisati negli spazi di verde pubblico. Una città letteralmente trasformata da un evento della durata di poco più di due ore. Sarò pazzo, ma, per me tutto questo ha avuto ed ha un fascino incredibile. Sono quelle sirene di primo mattino che, miste all’emozione incontenibile, ci fa svegliare piuttosto presto. Colazione, preparazione, scorte d’acqua e via alla volta dello stadio. I primi duecento metri siamo praticamente soli. Poi, come in una gag televisiva degli anni cinquanta, vediamo un nugolo di persone imitare i nostri movimenti, imboccare le stesse strade. Sbirciare sulla cartina della città esattamente nello stesso momento in cui lo facevamo noi. Si iniziava a respirare l’eccitazione per il concerto. In pratica, arriviamo nei pressi dello stadio che siamo in cinque e, in pochissimo tempo, diventiamo amici di una coppia romagnola con cui ci scattiamo delle foto quasi fossimo amici di vecchia data. Ed è una sensazione di condivisione assolutamente straordinaria. Ci si guarda gli zaini, ci si consulta sui prezzi di acqua, sciarpe, magliette, felpe, birre sfuse o in bottiglia. E ci si parla guardandosi negli occhi e quasi giocando a cogliere le emozioni uno dell’altro. Qualcosa che tradisca quel dialogo fintamente lucido e lasci trasparire l’emozione, la follia dell’attesa estenuante, il calore della passione. Riusciamo ad entrare intorno alle cinque del pomeriggio. La salita delle scalinate ci gioca un brutto scherzo. Appena superata, ci svela la struttura mastodontica. I colori, l’architettura, la grandezza rispetto a tutto il resto è capace di lasciarti immobile per almeno cinque minuti. Muto, fisso. La tua mente lascia ancora per una volta la follia delle emozioni e ricomincia a ragionare. Calcoli il numero dei giorni necessari alla messa in piedi del mostro. Lo dividi per il numero di persone impegnate nella costruzione. Aspetta, dividi?. No, riparto. Pensi a quando hai sentito al tg che loro erano a Torino da due settimane circa. Allora, pensi che tutto sto circo sia arrivato con loro. Ma non riesci nemmeno a credere all’idea che quella bestia sia stata tirata su in due settimane. Ma che ce ne siano volute almeno tre, forse quattro. Non ci credi e ti strofini gli occhi. Un po’ per il caldo che ti appiccica le palpebre, un po’ come hai visto fare nei cartoni animati quasi a volerti risvegliare da un sonno magico. Allora, avanzi la tesi dell’assemblaggio. E mi divertivo a pensare come ogni pezzo potesse incastrarsi con tutti gli altri. E dietro quel lavoro mentale da Ikea, cercavo di delineare i tratti di colui ( o coloro!) che avevano pensato e realizzato una cosa del genere. E, alla fine, il tumulto di pensieri ed emozioni offuscava ognuno di questi tentativi. Ci voleva una calma riflessione che non avevo il tempo di concedermi. Non volevo concedermi. Non era quell il momento. Bisogna essere presenti con tutti i sensi a disposizione. Odorare, guardare, catturare con la mente ogni sensazione, ogni sequenza. Ogni piccolo particolare da portarsi dentro. Cartella “concerto U2”, sotto-cartella “cose assurde da non dimenticare - palco”.
Tutto quello che ha avuto luogo in quelle due ore, a dire la verità, non lo ricordo proprio benissimo. Ma so per certo che ho cantato a squarcia gola. I miei occhi saltavano dal gruppo, ai megaschermi, alle persone attorno a me. Visto da fuori sarei sembrato un matto. Magari quella sera lo ero diventato davvero, per un po’. Insomma, tutto il resto non saprei davvero come scriverlo. Dovrei pensare ad un misto di odori, clip video e audio, pezzi di canzone. Creare una sorta di collage di umori per restituire quello che ho vissuto. Ma, forse, meglio di ogni altra cosa, lasciare a voi ed alla vostra immaginazione il proseguo della narrazione, dopo aver messo in gioco gli elementi di contorno, credo sia la cosa più giusta.
O, almeno, così sento di dover fare!!....
Tutto quello che ha avuto luogo in quelle due ore, a dire la verità, non lo ricordo proprio benissimo. Ma so per certo che ho cantato a squarcia gola. I miei occhi saltavano dal gruppo, ai megaschermi, alle persone attorno a me. Visto da fuori sarei sembrato un matto. Magari quella sera lo ero diventato davvero, per un po’. Insomma, tutto il resto non saprei davvero come scriverlo. Dovrei pensare ad un misto di odori, clip video e audio, pezzi di canzone. Creare una sorta di collage di umori per restituire quello che ho vissuto. Ma, forse, meglio di ogni altra cosa, lasciare a voi ed alla vostra immaginazione il proseguo della narrazione, dopo aver messo in gioco gli elementi di contorno, credo sia la cosa più giusta.
O, almeno, così sento di dover fare!!....
Urbino, il golf da spiaggia, l'immagine: quando Leonardo DiCaprio, Aida Yespica, la Tim e il bagaglino penetrano nell'ateneo
E’ oramai sotto gli occhi di tutti che praticamente tutti gli atenei italiani stanno perdendo progressivamente iscritti. Sarà colpa della crisi economica che accorcia i tempi di ingresso nel mondo del lavoro. Sarà colpa delle famiglie che spingono verso l’autosufficienza (effetto “anti-bamboccione!!” da pressione massmediatica!) dei propri figli. Magari è genericamente colpa della società intesa come quell’insieme di istituzioni sociali (la scuola, la famiglia, l’università, una volta anche i partiti) che assieme avrebbero dovuto lavorare alla crescita virtuosa delle proprie, giovani risorse. Verso la costituzione di una nuova classe dirigente che assicuri il perpetuarsi di certe strutture, in parte essenziali per l’evoluzione di una comunità. Ma quando ad essere sacrificato sull’altare di una evoluzione sociale (ed economica) incontrollata è proprio il contetto (e la relativa pratica) della comunità. Viene da sé che tutto il resto va molto velocemente a rotoli. Ed ho un costante senso di angoscia verso una vita che, in parte mi sembra evolversi sotto l’effetto devastante e distorcente delle menomazioni prodotte su di me dalla società; dall’altra, faccio fatica a vedere un futuro per me e per chi è più giovane di me nell’ambito di una società in cui la classe dirigente ha deciso di palesare e schifosamente pubblico quel meccanismo con cui ha perpetrato sempre e solo i cazzi propri!!!...Non c’è futuro. Ci viene risposto che il futuro dobbiamo crearcelo. Quando cambi i connotati di una realtà e, come se non bastasse, ti fanno partire con tanto di handicap. Allora crearsi un futuro assume i tratti di qualcosa di miracoloso!!..Oggi, diciamoci la verità, avere un barlume di prospettiva ti rende un fortunato, un eletto. Per quanto tu possa essere in gamba, intelligente, onesto. Sarai (quasi) sempre e solo un fortunato. Uno che è riuscito in un momento storicamente duro, durissimo. A livello economico, sociale, relazionale, politico. Ma vorrei tornare al discorso sulle istituzioni. E, in modo particolare, al problema delle università. Ho detto prima di un calo endemico di iscrizioni. Nonostante tutto (crisi economica, scolarizzazione in calo, analfabetismo di ritorno), il dato mi ha scioccato. Un vero e proprio dimezzamento. E mi ha stupito ancora di più pensare che la batosta è arrivata proprio nel momento in cui gli atenei sembrano aprirsi alla comunicazione verso l’esterno. Cioè, proprio nel momento in cui (almeno alcuni atenei) sembra si stiano aprendo ad un modo alternativo di comunicare al proprio pubblico di riferimento. Studenti, docenti, potenziali matricole. Abbandonando, allo stesso tempo, quel modo di interagire farraginoso e contaminato dalla burocrazia, tipico delle pubbliche amministrazioni. La strada intrapresa avrebbe fatto sperare certamente in qualcosa di meglio. A questo punto, dunque, il problema genera un bivio. Ossia: o gli sforzi comunicativi compiuti fino ad ora non sono stati sufficienti in termini di risorse impiegate ? oppure, in alternativa, ciò che si è fatto lo si è fatto non solo di rado, ma, fondamentalmente male ?.....Perchè se è vero che le famiglie, la crisi e tutto il resto hanno scoraggiato il proseguimento degli studi che è pur sempre un grosso impegno economico; è vero pure che le università, dalla loro, hanno perso certamente appeal. Sia perché non rappresentano più il volano verso un ingresso “sicuro” nel mercato del lavoro (le distinzioni nelle relazioni socio-economiche di poco tempo fa erano regolate anche dalla variabile costituita dal titolo di studio. Oggi la cosa è evidentemente sfumata); sia perché non sono più in grado di garantire una formazione adeguata alla costruzione di figure professionali dotate di spessore, di reali competenze. Ma qui bisognerebbe aprire un capitolo che parte dalla politica economica del governo in materia di istruzione, università e ricerca (vedi blocco del turn over per le assunzioni nei prossimi tre anni..) per arrivare fino alle più recenti riforme dei corsi di laurea che hanno applicato la logica del “copia e incolla” a dei percorsi formativi. Realtà che meritavano certamente una maggiore attenzione ed una quota notevole di buon senso. Si ha pur sempre nelle mani la vita di interi generazioni di professori, ricercatori che spendono la loro vita per far progredire un ambito scientifico. In alcuni casi, si è determinata l’evoluzione di alcuni settori dell’economia e dell’industria del nostro paese. In cui si fatica ancora tantissimo a capire che la ricerca rappresenta un anello di congiunzione essenziale tra l’industria, la società e quanto c’è di buono e virtuoso all’interno dell’accademia in cui, accanto ai baroni, ci sono migliaia di quelli che un giornalista di Repubblica ha definito qualche settimana fa “i collaboratori invisibili” che, ad oggi, tengono in piedi alcuni dipartimenti. Facendo ricerca, didattica, partecipando a convegni. In sintesi, prestando il loro nome, la loro competenza e la loro stessa vita per far crescere ed implementare il lustro di atenei ancora troppo spesso irriconoscenti nei loro confronti. Tornando al problema dell’appeal. Si comunica evidentemente male, ci si affida alle soluzioni più innovative del marketing, ma, senza la ben che minima sensibilità verso i mezzi, i contenuti, i pubblici di riferimento. Un po’ come l’ondata di comuni e province che, all’incirca un anno fa, hanno aperto canali su YT e profili pubblici su Fb così, per inseguire la moda del momento. Senza badare alla necessità di dover cambiare il linguaggio adottato fino a quel momento. Sviluppare una semantica omogenea al mezzo tecnico adottato. In fin dei conti è una scoperta non proprio recente che ogni mezzo necessita di un proprio registro. Ebbene, con la Rete si è creduto a lungo di poter baypassare questa consapevolezza sedimentatasi nella storia dei media (vecchi e, dunque, nuovi!). E ci è, quindi, lasciati andare ad operazioni promozionali scellerate, costosissime ed inefficaci. Quando il nuovo che avanza si scontra col vecchio, certe volte vecchissimo!! L’ultima di queste minkiate (mi si passi il termine tecnico) in ordine di tempo l’ha prodotta proprio l’ateneo in cui lavoro, all’alba del periodico restyling della propria immagine pubblica. Ovvero, nell’ambito di una campagna di promozione inter-regionale, ha deciso di finanziare (e, dunque, di promuoversi) attraverso l’istituzione di un “beach golf tour”. Si, è proprio quello che ho scritto. Un tour di golf sulla spiaggia. Quando avevo sentito dell’idea, ero già sconvolto. Ma quando, pochi giorni fa, mi è stato inviato il programma completo, con tanto di date e località che ospiteranno le tappe, premi e regolamenti. Lì non ho veramente capito più niente. Oscillo tra il confuso, l’angosciato, l’incazzato e lo schifato. Ma come è possibile credere che un beach golf tour rappresenti un investimento promozionale capace di produrre un ben che minimo ritorno? Poiché immagino che chi ha sborsato, lo ha fatto sulla base di un margine di rischio, ma, anche di guadagno!! E, poi, cosa cazzo c’entra un torneo di golf su spiaggia con un ateneo che ha fatto la propria fortuna sul fatto di essere una piccola realtà arroccata su di una collina ad 800 metri sul livello del mare ? E, ancora, promettere premi, profumi e bambole a dei ragazzi come può fugare le loro incertezze sul corso di laurea da scegliere, piuttosto che sulla sostenibilità economica di una scelta già così importante come la carriera universitaria? Lo si farà tra un mojito, un lancio di magliette ed un colpo di mazza?
Cosa sta diventato l’università quando si comporta come il Free music festival? Oppure, organizza un tour come quello della Tim che sfrutta l’immagine dei ragazzi del programma tv “Saranno famosi”? Dov’è (se ancora esiste) il confine tra queste forme promozionali tipicamente televisive e spettacolari e ciò che accade in realtà istituzionali che dovrebbero, a rigor di logica, sviluppare una preparazione almeno complementare rispetto a quanto “apprendiamo” dai mass media (del tipo “con la tv mi intrattengo e fondamentalmente cazzeggio. Con l’università dovrei crescere a livello intellettuale, come persona!). Il non vedere più certe distinzioni mi mette una gran paura. Ma mi angoscia ancor di più assistere alla dinamica sonnolenta e narcotizzante per cui nessuno (specie all’interno dell’università intesa come “mondo accademico”) si sbatte, urla e manifesta per rivendicare l’esistenza e la giustezza di certe distinzioni.
Distinzioni legittime come quella, ad esempio, nei confronti del mondo dello spettacolo!.....
Cosa sta diventato l’università quando si comporta come il Free music festival? Oppure, organizza un tour come quello della Tim che sfrutta l’immagine dei ragazzi del programma tv “Saranno famosi”? Dov’è (se ancora esiste) il confine tra queste forme promozionali tipicamente televisive e spettacolari e ciò che accade in realtà istituzionali che dovrebbero, a rigor di logica, sviluppare una preparazione almeno complementare rispetto a quanto “apprendiamo” dai mass media (del tipo “con la tv mi intrattengo e fondamentalmente cazzeggio. Con l’università dovrei crescere a livello intellettuale, come persona!). Il non vedere più certe distinzioni mi mette una gran paura. Ma mi angoscia ancor di più assistere alla dinamica sonnolenta e narcotizzante per cui nessuno (specie all’interno dell’università intesa come “mondo accademico”) si sbatte, urla e manifesta per rivendicare l’esistenza e la giustezza di certe distinzioni.
Distinzioni legittime come quella, ad esempio, nei confronti del mondo dello spettacolo!.....
Facebook, FriendFeed, la cinghialata, le relazioni..ci pensavo un pò...
E’ davvero interessante il modo in cui, proprio attraverso un social network, sia possibile incontrare persone con cui riesci a condividere una visione delle cose che, fino a poco prima, ritenevi fosse tua e di pochi altri. Una ironia ed un modo di affrontare ed interpretare la realtà. Insomma, un livello di condivisione del mondo assolutamente inaspettato. E’ un po’ come una eugenetica delle relazioni sociali. Sviluppi una personalità, cresci, riesci ad implementare un modo (che ritieni personalissimo) di osservare la realtà che ti circonda. E, alla fine, affidandoti ad un social network, riesci a filtrare conversazioni (ed esseri umani) fino ad incontrare proprio quelle persone, che da tutta un’altra parte, hanno sviluppato un percorso parallelo al tuo. Giungendo, come se non bastasse alle tue conclusioni. E lo scopri da subito, nelle piccole battute come nelle conversazioni serie ed apparentemente impegnate. E non puoi che rimanerne sorpreso. Tra in contento, il confuso ed il rattristato se mi fermo a pensare a come la casualità degli incontri venga un po’ messa da parte proprio a vantaggio di una sempre maggiore possibilità (ed apparente libertà) di selezionare la conoscenza, di prevedere la relazione. Non so ancora esprimere un giudizio netto sul potere (malefico o venefico) dei social network in questo senso. Ma, d’altra parte, so per certo che riuscire ad approfittare di un mezzo per aumentare le proprie potenzialità relazionali attraverso la condivisione e la conversazione attorno alle cose del mondo (dal cinghiale al Varnelli alla disoccupazione giovanile in Italia…) costituisce un’indiscussa fonte di crescita. Per l’uomo, per la società e ci metto anche per la qualità delle relazioni umane. A patto che, in tutto ciò, prevalgano ragione, capacità di uso (e giudizio) e buon senso. Perché, per quanto potere possa e potrà mai avere l’interazione mediata da computer, le dinamiche relazionali on line inseguono perennemente quelle off line nel tentativo di includerle (e non solo di imitarle….siamo andati avanti!!). Per cui problemi personali e/o distorsioni caratteriali (anche nelle forme più ortodosse e patologiche) ci sono e ci saranno sempre. In questo senso, è ovvio che gli SNS non sono né un medicinale né, tanto meno oggi, un nascondiglio per sociopatici ed instancabili sostenitori delle nobili virtù della Rete. Se Rete e Realtà smetteranno di essere contrapposte e giungeranno ad identificarsi, sarà comunque nella realtà (a quel punto complessa, ma ad ogni modo, strutturata a partire ed attorno (d)alla nostra personalità/fisicità) che dovremo continuare a cercare noi stessi, le soluzioni ai nostri problemi, le fonti per la soddisfazione dei nostri desideri. Personali, relazionali.
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